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La mia famiglia ed altri animali – Gerald Durrell

Non sapevo nulla di Gerald Durrel, vagavo nell’ignoranza più totale ed ho scelto di leggere questo libro attirato esclusivamente dal titolo (tradotto fedelmente dall’inglese) che ho, da subito, trovato straordinario.

E’ un romanzo autobiografico di un Durrell bambino che si trasferisce per un periodo a Corfù, con mamma e fratelli e nel quale ci illustra le vicende a dir poco singolari della sua famiglia e ci parla della propria passione per gli animali e la natura.

Durrell, ho scoperto, poi, informandomi su di lui, da adulto è diventato uno dei più illustri naturalisti e zoologi su scala mondiale ed, effettivamente, nel romanzo la sua passione, meticolosa, sincera, spontanea di bambino, per ogni più piccola creatura, traspare con precisione ed entusiasmo. La forza del romanzo, però, risiede nella vena ironica che lo percorre nella sua lunghezza, Durrell stesso ha uno sguardo divertito sull’assurdità delle situazioni in cui pone i propri fratelli, tutti un pò strambi a dire il vero, e la paziente madre, portando a casa, a vivere con loro, ogni tipo di bestiola, dagli scorpioni agli aironi, dai gufi a tartarughe. Il ritmo è condito dalla descrizione dei personaggi che incontrano sull’isola di Corfù, ne vien fuori, così, un ritratto a dir poco esilarante sulla governante assunta per pietà, sul factotum border line che risolve ogni loro problema, al suo insegnante di francese, all’ambasciatore belga e così via in un susseguirsi di gouaches dipinte con schizzi di acqua di mare, sole e profumo di erbe selvatiche.

Le descrizioni della sua nascente curiosità per il mondo animale, per il suo evolvere, per i suoi rituali è spesso appassionante anche per uno come me che, non solo non conosce molto della materia, ma che, come se non bastasse, non è un appassionato del comportamento delle mantidi e delle formiche. Ho letto con grande simpatia ed empatia, non solo per vedere l’evoluzione e la crescita di questo bislacco nucleo familiare inglese ma anche per assistere allo sviluppo di una passione di un bambino, capace di oltrepassare ogni ostacolo ed ogni giudizio portato su di lui dallo sguardo altrui, per andare fino in fondo ad una conoscenza che gli sembrava necessaria, come respirare.

La mia famiglia e altri animali è un romanzo che scorre via veloce, divertente, dove si ride e si sorride compiaciuti, dove ci si sente ignoranti e si impara, come spesso capita, dai bambini. Consigliatissimo.

Epépé – Ferenc Karinthy

Ferenc Karinthy è uno scrittore ungherese, nato all’inizio del ‘900, che prima di esser scrittore nasce linguista e quale migliore autore per un linguista che si perde, in un paese del quale non capisce l’idioma e che non riesce più a ricostruire neanche una delle più banali connessioni che possano aiutarlo ad impostare le basi di una rudimentale comunicazione?

Epépé è la storia di Budai, appunto, un linguista, che si addormenta sul suo volo per Helsinki dove deve partecipare ad un congresso. Atterra in un Paese che pensa essere la Finlandia, arriva in hotel, si registra e si addormenta. L’indomani si renderà conto di essere da tutt’altra parte, ma dove?

Budai prova, così, a comunicare con il portiere d’albergo, con la lift che lo accompagna al piano in ascensore, con qualcuno per strada, con chiunque, per tentare di capire dove si trovi e come possa tornare indietro. Cercherà nella metropolitana, alla polizia, nelle piazze, nel solito ristorante, niente, impossibile di farsi capire o decifrare questa lingua bizzarra; fa schemi, cerca assonanze, riesce persino ad avere una relazione sessuale, puramente istintiva, senza neanche il minimo barlume di comprensione reciproca.

I soldi che si era portato dietro, pian piano, finiscono, Budai è solo. Ha studiato per anni lingue, ha vissuto per le lingue ma non gli serve a nulla, non riesce a parlare con nessuno, non riesce a farsi capire, si fa espellere, buttare fuori, fa il matto per attirare l’attenzione ma come farsi notare in un Paese di matti?

Epépé è un romanzo intrigante, che esplora le vie dell’assurdo in modo originale e come tutte le cose assurde e drammatiche è attraversato da venature di comico. E’ un romanzo sull’incomprensione, sull’inutilità della cultura quando è la comunicazione che crea quella linfa vitale alla sopravvivenza umana. Non poter parlare, essere isolati in mezzo ad una folla, metafora non troppo velata della realtà contemporanea, conduce ad un’alienazione irreversibile, ad un senso di perdita totale della propria essenza.

Il romanzo non è sempre scorrevole, a volte qualche ripetitività si introduce e interrompe il flusso di piacere, quello puro e magnetico dell’astrazione, che si prova nella lettura ma, chiusa l’ultima pagina, si resta con un senso di dispiacere nel lasciare Budai, col quale si è condiviso lo stesso senso di assurda solitudine.

E’ una piccola gemma, forse non un capolavoro assoluto ma un lavoro artigianale che merita rispetto ed attenzione, come i camei, incisi da popoli antichi, che vengono conservati nei musei e che solo pochi avventori attenti al richiamo dell’originalità, riescono ad apprezzarne il valore.

Scrittori da amare…

Amo uno scrittore quando ho la sensazione di ritrovare, davanti ad una birra gelata, un amico caro che, con la sacralità di un abbraccio, mi racconta di me.

Io, Alessandro Bruno

La letteratura di John Fante…

La letteratura di John Fante è uno scrigno di pietre preziose impastate di dolore e umana poesia.

Io, Alessandro Bruno

Fontamara – Ignazio Silone

Banche, entità oscure con cupole grandi come chiese, affaristi senza scrupoli che gestiscono governo ed economia e comprano, arraffano, deviano, sindacalisti che ammansiscono i lavoratori raggirandoli con retorica e false promesse per difendere i propri interessi, preti asserviti, potere che violenta, che può tutto, che punisce, morale sociale a brandelli, disoccupazione che s’impenna, corruzione, elezioni pilotate, vergogna.

E’ la foto della contemporaneità? No, è ‘solo’ Fontamara, scritto ‘solo’ nel 1930, quasi un secolo fa. All’epoca i cafoni si chiamavano cafoni, oggi ‘terroni’ è un insulto da stadio, tanto chi se ne frega più di zappare la terra? Oggi è tutto diverso e nuovo, è la modernità! L’Impresario è solo impresario, mica Cavaliere! Don Circostanza è un nome evidentemente fittizio, mica esiste un sindacalista con questo nome! E poi da quando il fascismo è stato sconfitto, grazie all’azione della Costituente ed ad una nuova giustizia non succedono più certe cose!

Già. Forse per questo la gente non legge più così tanto Silone. Perché parla di un mondo che non esiste più. Dove gli stupri, fisici e sociali, non sono più di potere ma sono solo dei pazzi. Oggi è tutto diverso. Berardo è un illuso, un violento, un brigante, figlio di brigante e morirà in prigione, oggi i Berardi, in Italia, non esistono più, o quasi; meglio protestare  su facebook, sui forum digitali, mica nelle piazze, è troppo scomodo, fa freddo. Protestare su internet, col posto trovato da papà che conosce l’amico di Don Circostanza. Ah no, chiedo scusa, Don Circostanza non esiste.

Ignoranti, brutti, sporchi e cattivi, questi sono i cafoni, questo è il popolo descritto da Silone, autore poco radical chic perché la critica lo esalti troppo e perché gli intellettuali ne facciano un vessillo.
Ma meno male, meno male per Silone e per tutti quelli che stimano ed amano questo grandissimo scrittore italiano, uno dei più grandi, uno che ha avuto il coraggio di avere delle idee e di cambiarle, uno intelligente insomma, non un imbecille qualunque. Un visionario dalla scrittura semplice e scorrevole, un uomo che ha saputo penetrare, con una lente trasparente di un cristallo purissimo, la realtà di un Paese, di un’epoca, una realtà che dura, da tanto troppo tempo per pensare che tutto sia un caso.
Fontamara non è un romanzo, non solo, è un saggio, è un grido di denuncia, un grido in dialetto, un grido popolare, un grido istintivo e primordiale. Ci sputa in faccia chi siamo e da dove veniamo, ci ricorda che anche se indossiamo l’abito pulito e buono siamo tutti cafoni, nessuno escluso, perché è dai cafoni, dai paesani, da quelli con le scarpe grosse e il cervello fino che abbiamo comprato da mangiare, che siamo venuti, è grazie a loro che siamo cresciuti, che abbiamo fondato le nostre città, dai cafoni, da quelli che conoscono la terra, che le parlano, che la dissetano, che la coccolano, come una figlia, come una mamma.

‘Eh, ma quanta retorica! Siamo negli anni 2000, modernizzati!’, già li sento starnazzare gli idioti sventolando la loro carta di elettore, in coda al seggio, per nettarsi la coscienza, perché loro avranno fatto il loro dovere civico, per eleggere i variegati Don Circostanza. E dormiranno tranquilli, protetti da chi fa votare anche i morti pur di essere eletto. Votare anche i morti. Morti.

Io me ne fotto e leggo e rileggo Fontamara e lo farò leggere e vorrei che lo leggessero nelle scuole, in tutte le scuole. Perché io non dormo tranquillo, perché non va tutto bene, perché il mondo non è ancora cambiato da ottant’anni a questa parte, perché Silone lo ha scritto bene, perché i suoi personaggi li ho conosciuti anche nella vita vera, perché io sono cafone e lo rimarrò, se questo vorrà dire essere umani, intelligenti e con lo sguardo da giusti.

“La libertà è la possibilità di dubitare, la possibilità di sbagliare, la possibilità di cercare, di sperimentare, di dire no a una qualsiasi autorità, letteraria artistica filosofica religiosa sociale, e anche politica” (Ignazio Silone, in Uscita di Sicurezza)

Salon du Livre, Paris – 2013

Gli inviti del generoso Magazine Littéraire sono arrivati puntuali. Confesso che quest’anno ero impaziente di andare a questo salone, soprattutto dopo la delusione dell’anno scorso, nonostante il riflettore fosse puntato sulla, a me tanto cara, letteratura giapponese.

Stavolta son andato di sabato, non di venerdi’. Il sabato è il giorno clou, quello dove partecipano gli autori vedette ed effettivamente, sotto questo profilo, non son stato deluso vista la presenza del sagace Carlos Ruiz Zafon e di vari Premi Goncourt, compreso quello di quest’anno, il brillante Ferrari. Interessanti le loro conferenze e scambi col pubblico, purtroppo rovinati dai soliti giornalisti e dalle loro domande che trasudavano l’ansia di dimostrare di non essere degli imbecilli. Fallendo anche stavolta miseramente.

Il tema di quest’anno è la Romania ed i suoi autori, spesso cresciuti sotto l’ombra pesante della dittatura di Ceaucescu. Ma non ho capito dove fosse lo stand dedicato alla Romania, non ho visto in calendario nessuna conferenza, intervista di un autore rumeno. Insomma pur volendo comprare un libro di uno dei numerosi autori che dovevano esser presenti non avrei saputo quale scegliere, né dove trovarlo. Rimane il difetto di questo salone di lasciarti solo ed abbandonato, con una cartina confusa e senza neanche un’indicazione sul dove andare e come arrivarci. Magari son io a non averlo notato ma questo non assolve l’organizzazione il cui ruolo è quello di portare, per mano, il pubblico, il suo pubblico, nel cuore pulsante del salone.

Fortunatamente ho avuto l’opportunità di intrattenermi a scambiare quattro chiacchiere con il simpatico Tonino Benacquista (di cui ho apprezzato molti libri ma soprattutto Saga, quello che ritengo essere il suo vero capolavoro) e con l’elegante Laurent Gaudé (di cui proprio recentemente ho recensito su questo sito il libro Pour seul cortège) grande appassionato di Napoli e dei suoi misteri. Scambi fra appassionati, soprattutto fra uomini e non solo mercanti, che hanno arricchito molto questa giornata.

Tante session di autografi, scrittori entusiasti e qualche attore amante della penna erano interpunzioni piacevoli nel cammino lungo i corridoi fra gli stand, da rilevare la fastidiosa la presenza di due personaggi politici di spicco, Bayrou e Guaino, e del loro corteo di microfoni e telecamere nettamente superiore a quello schierato per Zafon (poi ci si domanda perché il disprezzo dei giornalisti è cosi’ diffuso). Per fortuna l’interesse del pubblico era rivolto ai veri autori, molti passavano per curiosità, gettavano uno sguardo, come allo zoo, per poi allontanarsi velocemente, lasciandoli ai loro lacchè televisivi e della carta stampata.

Alla fin fine la sensazione che ebbi l’anno scorso che questo Salon du Livre sia solo un enorme negozio, permane. Fastidiosa. Avrei voluto più spiegazioni, indicazioni, entusiasmo, presentazioni di autori giovani, emergenti. Le correnti letterarie soggiacenti non si vedono, vanno percepite, districandosi fra curiosi e chiassosi avventori.

Probabilmente la mia attesa di un Salon du Livre come un tempio temporaneo eretto al libro come oggetto commerciale ma anche come scrigno di umana sapienza, di incontro, di comunione, resta un’attesa esigente e irrealizzabile.

Tornero’ nel 2014, sempre con le mie speranze in tasca.

Pour seul cortège – Laurent Gaudé

Alessandro. Un bel nome, decisamente.
Alessandro Magno, il più grande condottiero, immenso, eterno eppure mortale.

La morte di Alessandro il Grande non è stata una morte come tutte le altre, non può essere stata una morte ordinaria e, nella teatralità propria a tutti i personaggi che hanno lasciato l’impronta profonda della loro immensità nella storia, non lo è stata per davvero. Alessandro è morto di eccessi, Alessandro è morto pieno, di vino e di conquiste, di amici e di nemici, di musica e silenzio.

Alessandro non è un uomo qualunque, Alessandro è.

Alessandro danza, lontano da casa, senza una casa, come un Dio. Lascia un impero da spartirsi fra generali affamati di potere e territori, cani randagi, per sempre secondi anche se ti chiami Tolomeo e regnerai in Egitto. La lotta per il corpo di Alessandro, quel corpo che anche inanimato fa tremare di terrore ed ammirazione donne, popoli, nemici e amici, quelli che restarono vicino al sole fino all’ultimo.

Lo stile di Gaudé è poetico, rotondo, come un vortice in un mare che si annoda su se stesso. Troppo poetico per me, così attaccato alla trivialità, sacra e polverosa, della vita. Ma decisamente avvolgente, come la danza ultima del più grande di tutti, dell’unico Magno che il mondo abbia conosciuto, che abbia riconosciuto. Gaudé ci consegna un altro libro degno di esser letto, un’ode dal sapore antico, una poesia, una dedica, forse d’amore, per la storia, per Alessandro, per la scrittura.

Ed Alessandro si allontana. Il corteo funebre, le donne che piangono il conquistatore, gli uomini che non hanno tempo per piangere, che non sanno piangere ma solo uccidere, prendere, estirpare, calpestare con zoccoli di cavallo. Il corpo di Alessandro che cerca riposo, in un riposo fatto di silenzio e di unicità, di lontananza, da tutto, da tutti, dai rumori e dagli ori, nell’abbraccio unico e immenso che la Morte regala a Re e schiavi. Una donna è incaricata di consegnarlo all’eternità, ad un’eternità qualunque, per sottrarlo al peso di un mausoleo troppo imponente e pesante per lasciar respirare un’anima che è fatta per volare nel cielo dell’immensità. Quella donna è la figlia di Dario, lo sconfitto, il Grande, nella sconfitta. Ma perdere contro Alessandro è davvero una sconfitta? Si può vincere l’invincibile? Si entra nella storia con lui. Perché Alessandro è la storia.
Perché Alessandro è Alessandro Magno e non ce ne sarà nessun altro.

A parte me, naturalmente.

(Ho letto Pour Seul Cortége di Laurent Gaudé nell’edizione Actes Sud, in francese. In italiano non è stato ancora tradotto ma quando lo sarà, non bisogna farselo sfuggire)

My goal as a writer…

My goal as a writer is to do as much as possible at one time. Life itself is so cacophonous and complex. It’s not that I want to create a cacophony, but I want to do justice to the complexity around us. I don’t want to oversimplify it. I want to take one thing and build from that, and then keep building, until I begin to approximate the complexity of the world and our perceptions of it.

Jennifer Egan

John Fante…

John Fante è uno scrigno di pietre preziose impastate di dolore e umana poesia.

Io, Alessandro Bruno

Lo stile…

Lo stile non è affatto un abbellimento come credono certe persone, non è neppure una questione di tecnica, è – come il colore per i pittori – una qualità della visione, la rivelazione dell’universo particolare che ciascuno di noi vede, e che gli altri non vedono.

Marcel Proust, in “Scritti mondani e letterari”.