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Alchimie mentali…

La mia forza mentale non ha niente a che vedere con la ferrea volontà. E’ una delicata alchimia fra inspiegabile amore per la vita, bizzarra creatività, cupo e lancinante dolore e, soprattutto, incontenibile, schiumante e deflagrante rabbia.

Io, Alessandro Bruno

Problemi…

Quando hai un problema, il vero problema non è solo il problema in se ma sopravvivere nel percorso di soluzione del primo problema. Altrimenti hai due problemi.

Io, Alessandro Bruno

Spari…

E poi senti uno sparo, un bruciore denso, fulminante come assenzio, ti porti le mani al petto, stringi la camicia, madida di sudore ma non di sangue. Pensi “purtroppo” e bevi un altro sorso, ti guardi intorno, con gli occhi rossi e spaventati, braccato come una volpe in un sottobosco umido, che puzza di foglie morte e pioggia stantia.
Nel buco in petto, che vedi solo tu, ci passa una mano, è largo e nero, per coprirlo pensi di metterci una pianta di rose, rosse e piene di spine. Tanto nessuno se ne accorgerà.
Finché continuerai a sorridere, nessuno se ne accorgerà. Nessuno. Mai.
Tranne te.

Do ut des…

Quando hai un problema, ti senti confuso, disperato ed hai voglia di sfogarti. Quando proprio non riesci a trovare una soluzione e ti sembra non ci sia una via d’uscita, quando ti senti solo, ecco proprio in quel momento, sappi che io saro’ per te quello che gli altri sono sempre stati per me: non rompermi i coglioni.

Io devo essere una brutta persona

Io devo essere una brutta persona, altrimenti non si spiega.
Non c’è silenzio che non possa trovare parole, non c’è pietà nelle torri alte da cui si guarda il muro invece della vallata, non c’è senso per chi non pensa.
Eppure io devo per forza essere una brutta persona, altrimenti non si spiega.
Non c’è coltello che tagli un sipario o una fiamma che sciolga la maschera,
eppure non c’è cera che non faccia un calco o una serratura che non abbia chiave.
E non ci sono versi che non siano poesia o pensieri che non possano diventare sinfonia o desideri che possano trovare pace o uno sguardo che non possa essere ricordato.
Non ci sono pagine che non possono essere scritte, col mascara pianto o col rossetto stampato, con gocce di vino o con unghie spuntate, con la barba sfatta e gli occhi rossi o con matite nere o penne antiche o con un sorriso appena accennato.
Eppure.
Eppure io devo per forza essere una brutta persona, altrimenti non si spiega.

Tamburi antichi…

Io non so suonare nessuno strumento perché da bambino non ho avuto scelta, mi hanno imposto prima il pianoforte e poi la chitarra. Se sul pianoforte avrei potuto fare qualche concessione, sulla chitarra no, mi annoiavo, mi segavo le dita, mi venivano i crampi alle nocche delle mani. E siccome io non sono bravo a fare concessioni, assieme alla chitarra mandai a farsi fottere ogni mia chance di imparare a suonare.

Il fatto è che io volevo imparare a suonare la batteria, io non sono un uomo di melodia, io sono uomo di ritmo.
La batteria è controllo e liberazione, è coordinazione di mani e piedi, come per guidare la moto, per essere liberi, come per fare l’amore, per essere assoluti. Il tempo è il palpito vitale, il ritmo è l’essenza della purezza animale dell’essere umano, con un ritmo sbagliato non c’è piacere, né musicale, né intellettuale, né fisico.

Io sono fatto per suoni sincopati come battiti cardiaci simulati su antichi tamburi picchiati da primati. Io sono quello che da il tempo, che sta un po’ nell’ombra, nella parte posteriore della scena, da solo, circondato dal suo universo, isolato eppure integrato, necessario.

Io non sono uomo di melodia, io sono uomo di ritmo.

Sentieri nella foresta…

C’è, in ogni foresta, un sentiero che scende, profondo, contorto e pericoloso che conduce fino all’entrata, coperta da foglie, della grotta dove si nascondono spettri, che ci hanno insegnato a temere. Proprio di fianco al teatro di marionette ed all’armadio coi vestiti da clown, c’è la scatola di velluto che contiene cianfrusaglie e desideri inconfessabili, quelli che ci inchiodano alla nostra tristezza e ci fanno sembrare deboli, come non vorremmo.
Attraverso i riflessi liquidi di un bicchiere, illuminata dalla fiamma tremula di una torcia appesa al muro di pietra, si avvicina una fata. Vestita di nero, dal sorriso perso e triste, senza parlare, ci indica un’unica strada, buia, angusta e fredda, eppure rassicurante.
Oltre la porta di legno e ferro intarsiato fuori piove, i capelli bagnati si incollano alla faccia e il trucco pesante intorno agli occhi si scioglie. Dietro di noi la porta di ruggine e spavento si chiude rumorosamente, la scala che ci riporta in superficie aspetta scivolosa, la fata alla finestra ci fa segno di no con la testa.
Il coraggio si nasconde in una voce, in una mano sicura o in un sorriso complice, in un’azione fulminea o in un soffio possente di un dio antico che dissipi l’illusione e ricrei la realtà.
Intanto, fra le pietre del selciato, disseminate come dubbi e ricordi ed appena nascoste dall’umido terriccio della tristezza,  decine parole, lucide come rosse e fresche tracce di sangue. Il mio.
Ed a raccoglierlo, l’ampolla bucata del vuoto, tenuta dalle mani trasparenti di nessuno.

Malinconia…

La malinconia non parla, sussurra senza tregua. Evoca, come in un incantesimo di una strega amara, solo parole dolciastre che vengono da lontano, come ricordi impastati con frammenti di desideri. Parole che, come zucchero a velo, alzano una nube di polvere sottile che, cadendo, ti incarta il cuore, come un crudele regalo da non aprire mai.

Serate speciali…

Ci sono serate spettacolari che solo una donna sa rendere speciali.

Sono puntuale sotto casa sua, lei è già giù, è elegante, sale in macchina con calma.
Mi son vestito bene anche io, la porto all’Opera a vedere Rigoletto.
Parcheggiamo in orario, nei pressi di Bastille, un po’ lontano, qualche passo di troppo da fare ma fa bel tempo, entriamo, stacchiamo i biglietti e prendiamo posto. Lo spettacolo è bellissimo, perfetto, finisce poco dopo le 22.30, scendiamo in strada. “Sei stanca?”, le chiedo. Mi dice di no anche se i tacchi le cominciano a dare fastidio, la guardo negli occhi: “Conosco qualche posto carino qui in zona, ti vanno un paio di birre ed due baked potatoes a rue de Lappe?” “Certo, va benissimo!”.
Il locale non è vicino, camminiamo piano, cerco di dire qualcosa di divertente per distrarla, farla ridere e, soprattutto, dimenticare i tacchi. Mangiamo con calma, beviamo, parliamo di tutto e ci facciamo qualche risata, insiste per pagare lei.
E’ passata mezzanotte da un po’, è tempo di rientrare. Felice, la riaccompagno a casa e vado via.

Io e mia mamma, che a 75 anni mi insegna ancora come si fa ad amare, con semplicità, la vita.

Dinamiche semplici e complicate…

Le persone si dividono in semplici e complicate. Quelle semplici vincono sempre.

Le persone complicate sono quelle affascinanti, le semplici quelle rassicuranti. Quindi le prime vanno naturalmente verso le seconde che, in genere, non fanno nulla, perché essendo semplici non si muovono manco più di tanto.
Dopo un po’, le persone complicate, si rendono conto che quelle semplici non solo non li rassicurano ma con l’idrante della loro semplicità, gli spengono pure tutto il loro universo complesso che, all’improvviso, dopo queste massicce dosi di semplicità, non appare manco più poi cosi’ male.
Allora quelli complicati s’incazzano, i semplici restano tetragoni e non capiscono, del resto sono semplici, perché incazzarsi su un’evidenza? Quelli complicati pensano di impazzire, i semplici a quel punto piangono perché continuano a non capire. I complicati s’incazzano ancora di più ed impazziscono definitivamente, i semplici smettono semplicemente di piangere e fingono, semplice ma fasulla, determinazione.
Pausa.
Alla fine i complicati si dicono che sono troppo complicati e che è tutto frutto della loro mente complicata ed abbandonano ogni velleità.
I semplici continuano a non capire nulla e tirano avanti a campare, semplicemente.

La morale è che le persone semplici, pur non capendo un cazzo, vincono e quindi hanno ragione loro.