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Cammino da solo…

Io cammino da solo, perché la mia verità la conosco solo io.
Io cammino da solo perché le ferite me le ricucio da me.
Io cammino da solo perché io e la mia rabbia siamo un esercito.
Io cammino da solo perché, io, ho una sola missione: proteggerti.

Io, Alessandro Bruno

10227 giorni…

Tu un gigante, io minuscolo.
Tu, infinito, nell’infinito, io, solo, a masticare pietrisco.
Roccia franata presto, montagna dal cuore stanco.
Sorriso di amico, abbraccio di sicurezza, parole di giustizia.
Cerco, ogni giorno, fra le nuvole della mia mente e nei cieli dei ricordi,
quella mano grande che mi accarezzava il viso e quella voce solida che mi diceva: ti voglio bene.
Tu un gigante, io sempre minuscolo.
Tu, infinito nell’infinito. Io, solo, a masticare pietrisco.

Mi manchi, Papà. Indicibilmente.

Alessandro

1 anno senza Prince

Oggi è un anno che il mio parametro musicale di sempre è scomparso. Gli rendero’ omaggio pubblicando cio’ che pubblicai l’anno scorso, l’indomani. Faro’ cosi’ ogni anno, perché mi piace ricordarlo, perché mi manca.

Prince

La musica è una pellicola d’oro che ricopre la pelle, permeandola delicatamente, fino ad entrare, come un nutriente e primordiale liquido amniotico, nelle curve più recondite dell’animo che riesce ad intercettarla.
Io son cresciuto all’ombra delle ali di Springsteen, Led Zeppelin, The Cure, The Doors; da loro ho imparato la rabbia, la malinconia, l’esoterismo, hanno accarezzato la mia disperazione adolescenziale e dato note alla poesia.

Poi, un giorno di, guarda caso, Aprile, del 1987 per l’esattezza, vidi in TV un videoclip ipnotizzante, colorato, intensissimo, uno schiaffo di energica originalità sul viso della musica anni ’80. Scorreva sullo schermo, veloce, fra lampi di luce, il testo della canzone, sincopata e dalla potenza innovativa deflagrante.
Quella canzone era Sign’o’ the Times e l’interprete era Prince.

Con quell’album doppio, esplosivo come fuochi d’artificio di purissimo genio cristallino, comincio’ per me un nuovo viaggio in un universo dove le costellazioni avevano il profilo di un corpo di donna ed i sistemi solari si appoggiavano su lenzuola di seta. Testi espliciti, sesso, sudore, profumi aspri, percussioni, ritmo, elettricità, sulle corde di una chitarra e sui peli ritti delle braccia, schiene curve, sguardi maliziosi e labbra avide di baci, sapori nuovi e scoperte.

Comprai poco a poco tutti i dischi vecchi e poi i nuovi, subito, al mattino presto, appena apriva il mio negozio di fiducia. Li facevo suonare ancora ed ancora, riecheggiavano potenti nelle mie casse JBL, mentre il tempo passava ed io, crescendo, maturando, impaurito e ferito, eppure coraggioso anche se tremolante, procedevo parallelamente a quella musica. Imparavo e sperimentavo esitante sul mio corpo cio’ che ascoltavo. Imparavo ad amare le donne e la vita, la seduzione ed il ritmo lento, imparavo di nuovo a sorridere, anche delle mie debolezze che non mostravo a nessuno, come i miei sentimenti.

La musica ed i testi di Prince mi parlavano e mi hanno parlato per anni, come lettere scritte a mano, spedite da un amico lontano che ha conosciuto la vita prima di me e che, prima di me, aveva capito che bisognava scegliere con cura non solo le parole ma le muse a cui ispirarsi e le persone a cui indirizzarle. Lettere scritte con l’inchiostro malinconico del frutto del genio umano, lettere che mi parlavano non solo di sesso e di amore ma anche di politica, attualità, questioni razziali, amicizia, emarginazione, semplicemente di vita nella sua intricata complessità, nel fulgore delle sue sfaccettature.

Adolescente poi uomo, donne, religione, spiritualità, eccesso, tutto, anche la perversione, ogni cosa era il grido di libertà di persone diverse, eclettiche, avide di esistenza e di esperienze. Persone fondamentalmente e strutturalmente sole ed io ero, mi sentivo e mi sento tra quelle, legato in una catena forgiata da ritmo tribale e giri di basso che affondavano le radici nelle profondità del blues.

Prince era solo, è sempre stato solo, perché il genio è quasi sempre solitudine. Ed in quella solitudine produceva, suonava, registrava, s’innamorava, viveva, di notte, fra cuscini ed alla luce di sensuali candele. E quella vita pulsava e sprizzava, come sangue da un’arteria appena recisa, come sperma in un orgasmo, da ogni nota, lavorata ancora ed ancora dalle fragili ma decise braccia dell’emozione, alla ricerca di uno stile nuovo e personale, che toccasse a tutto ma che si riassumeva nella purezza assoluta ed epidermica del FUNK.

Sono passati quasi 30 anni da quell’aprile ed oltre a tutti i dischi, ho collezionato, con pazienza certosina, molto più di un migliaio di registrazioni di concerti, video ed audio, che ho ancora difficoltà a catalogare, sono andato ad ogni suo spettacolo a cui ho potuto partecipare, da anni faccio parte di una specie di bislacco club ristretto di poco più di 300 pazzi sparsi su tutto il pianeta Terra, folli come me che collezionano ogni nota emersa dal suo spirito e poi dalle sue mani. L’attesa palpitante di un suo nuovo disco, anche dopo 30 anni, era un portale temporale che mi faceva riassaporare quelle emozioni di adolescente, partito da lontano eppure ancora qua.

Da ieri quell’attesa sarà vana, non potrò più aspettare un nuovo disco, una nuova tournée improvvisata, non potrò più interrogarmi su quale piega stia prendendo, negli abissi del suo animo, la sua musica e quale sarà il riverbero che avrà nel mio bagaglio umano, culturale e sonoro. Non tornero’ più adolescente, fottendomene dei capelli che cominciano a sbiancare.

Da ieri un pesante sipario color “purple” è calato sulla musica, sul genio umano, sulla mia anima stanca. Mi rimangono le centinaia delle sue composizioni da ascoltare e riascoltare ma che, ora, suoneranno con sullo sfondo un velo di tristezza.

Da ieri, sentiro’ terribilmente la sua mancanza perché era uno dei pochi, in un mondo incancrenito dalla banalità, che sapeva sempre sorprendermi.

Pero’, pur con la malinconia ed un groppo in gola, dentro di me continuo a sorridere a quell’alba di suoni e colori. Nella mia valigia musicale ed esistenziale rimarranno i ricordi di un viaggio lungo e meraviglioso, su un tappeto volante sul quale ho sorvolato mondi brillanti, popolati da note gioiose e vitali, nei quali ho visto e trovato me stesso e, da allora, mi sono giurato fedeltà e non mi perdo più.

We Can Funk.

Addio His Purple Highness, Maestro, Prince.

Tuo,
Alessandro

Parigi con i primi caldi…

Parigi con i primi caldi si esalta: al penetrante ed acre puzzo di piscio del metro, si mescola l’immondo tanfo della fetida umanità che la popola. E’ la cloaca esteticamente più bella del mondo.

Battaglie di carta…

Inventerei mille e mille altre battaglie, di cavalli di legno e cuscini, alti come montagne, di tende e cunicoli, di coperte intrecciate, solo perché tu rida, anche sotto una pioggia di frecce, tanto il mio petto è largo per prenderle tutte; tu, tu invece, conquista il mondo, racchiuso una palla rossa che rotola, disegnando sogni, fino al divano.

 

Calma e filosofia…

Le difficoltà e gli stravolgimenti è meglio se li prendete con filosofia e calma. Oppure potete fare come me ed imprecare violentemente, invocare antiche divinità demoniache e visualizzare elaborate torture medievali per i cagacazzi.

Io, Alessandro Bruno

ABBA ABBA CDE EDC

Nel lancinante buio, come scoppio balena una luce
Il mio sguardo umido, la mano tremante
Un corpo minuscolo, un vagito innocente
Di sangue plasmato dal fuoco eterno di una divina brace.

Nel cielo di marmo una promessa scolpita,
Nel silenzio assorto di una muta preghiera
Una lacrima d’oro che squarcia la sera.
Fra note di porpora e morbida seta, si accuccia la vita.

Mi cullo sognante in un antico tepore,
Come una gemma portata dal fiume
Che rotola a valle del giardino incantato

Ai piedi di un fiore di rosa appena sbocciato,
Ammiro rapito la Meraviglia riflessa da un lume,
Una piccola mano ora accarezza e protegge il mio non più inutile cuore.

Io, Alessandro Bruno

2016 palpiti…

Gli anni che finiscono mi han sempre messo malinconia, stavolta no, indosso nuove cicatrici scavate dall’ansia ma brillo di una luce diversa, tutta mia.

E’ tempo di futuro.

Auguri a tutti

9862 giorni…

Tu un gigante, io minuscolo.
Tu, infinito, nell’infinito, io, solo, a masticare pietrisco.
Roccia franata presto, montagna dal cuore stanco.
Sorriso di amico, abbraccio di sicurezza, parole di giustizia.
Cerco, ogni giorno, fra le nuvole della mia mente e nei cieli dei ricordi,
quella mano grande che mi accarezzava il viso e quella voce solida che mi diceva: ti voglio bene.
Tu un gigante, io sempre minuscolo.
Tu, infinito nell’infinito. Io, solo, a masticare pietrisco.

Mi manchi, Papà. Indicibilmente.

Alessandro

Anversa…

Ombre che si aggirano nei bassifondi notturni di un porto di una città medievale. Un’Anversa confusa di nebbia. Case di legno, onde pigre su barche ormeggiate male, puzzo di birra fresca di brassaggio e di vino dozzinale, cappellacci sdruciti e sguardi torvi. Passanti impauriti, risate sguaiate di puttane malinconiche e poche monete in tasca. Fiaccole ai muri, fumo di pece e tabacco scadente bruciato da pipe di terracotta. Ed un tavolaccio di quercia, tarlato, in fondo alla taverna, un bricco pieno di cervogia ed io, distante, ad osservare tutto questo, da solo, alla luce di una candela quasi finita.

A volte mi sento cosi’.

Io, Alessandro Bruno