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Kasparov

Kasparov, mio parametro inarrivabile della mia umile carriera scacchistica, torna a giocare, a Saint Louis, Missouri, la patria degli scacchi USA.

Ritirato dall’attività agonistica da 12 anni, 20 anni consecutivi come miglior giocatore del pianeta, a 54 anni si rimette in gioco e sarà bellissimo vederlo contro giocatori fortissimi come Caruana, di 30 anni più giovane.

E’ un’emozione semplice che vivo con un po’ di commozione, un ritorno indietro nel tempo e, soprattutto, il Grande Maestro continua a dispensare una lezione fondamentale: quando sei bravo, non devi avere paura di niente, a nessuna età.

уваже́ние гроссмейстер Garry

Finali di partita…

Una volta, avevo 21 anni, al mio circolo di scacchi stavamo giocando un torneo interno. Io non avevo ancora una punteggio ELO, il mio avversario si, era una forte I Nazionale, quasi Candidato Maestro. La mia partita duro’ molto, arrivammo al finale di partita, mi alzai per sgranchirmi un po’ le gambe ed un ragazzino, molto bravo e discepolo del mio avversario, mi disse: “Eh, ora vallo a vincere un finale con Longobardi, è dove eccelle”. Io non risposi e mi risedetti alla scacchiera.
E poi lo andai davvero a vincere il finale di partita con Longobardi.
Ecco, io sono cosi’.

La difesa du Lüzin – Vladimir Nabokov

Ho scoperto da poco che il Maestro Nabokov aveva scritto un libro sugli scacchi e non potevo non colmare, in tempi rapidi, questa lacuna.

Già dalla prefazione, scritta da Nabokov in persona, è chiaro che il grande scrittore russo ha voluto regalarsi un piacere, scrivere di scacchi per omaggiare un gioco che fra i russi annovera i più grandi campioni di tutti i tempi e per offrire un cameo alla propria creatività letteraria. E’ un libro gioco, un esercizio di stile, un passatempo elevato alla dignità di sublime.

Lüzin, guarda caso figlio di uno scrittore, è un bimbo timido, schivo, al di fuori del contesto scolastico e sociale, ai margini di quello familiare perché, da subito, si capisce che non seguirà nessuna delle orme paterne, non si arrampicherà su nessuna delle parabole ascendenti, sociali e personali, che desideravano per lui.

L’incontro con una zia singolare, sopra le righe, sarà anche l’incontro casuale e distratto con la scacchiera, coi suoi pezzi bianchi e neri e le loro traiettorie cosi’ codificate ma cosi’ libere, imprevedibili, infinite.

Come molti bambini, fra cui me, il piccolo Lüzin è affascinato da questa grande tela mentale su cui disegnare ogni geometria che una mente, razionale e visionaria, possa immaginare. E’ il terreno dove ogni sanguinosa battaglia può risolversi in un lampo, di genio. E’ il biglietto di treno, che Lüzin timbra, con destinazione se stesso.

Comincia cosi’ a viaggiare, accompagnato da Valentinov, un faccendiere con il fiuto per gli artisti e Lüzin dimostra da subito di essere un virtuoso dello strumento a case bianche e nere. Per Valentinov ci sono soldi e viaggi, per Lüzin l’indipendenza e l’addentrarsi sempre più nei tunnel del proprio animo, oscuri e densi, quasi impenetrabili, nei quali costruisce la propria personalità di scacchista.

Si arrampicherà fin sopra le vette dell’Olimpo scacchistico mondiale, solo un avversario italiano riesce a tenergli testa, ad essere il suo fantasma che incombe su ogni calcolo di variante e di mossa. Lüzin studia, immagina, sprofonda nelle sabbie mobili di mondi decifrabili solo da lui.

Poi d’improvviso cio’ che sconvolge la vita di ogni uomo, sconvolge anche quella di questo scacchista timido, riservato e goffo: l’amore. L’incontro con una donna sarà determinante, rinuncerà ad un Torneo importante per tornare in hotel a dichiararle, certo a modo suo, molto poco convenzionale, il suo amore.

Le donne sono capaci di tutto, anche di innamorarsi di uomini ai limiti del ridicolo, è la loro bellezza ed il loro fascino, la capacità di leggere molto al di là della scorza apparente di una personalità imperscrutabile. E cosi’, contro l’avviso della famiglia, in chiara opposizione alla virulenza della mamma ed alla dolce contrarietà del padre, lei decide di sposarlo, di vivere affianco a questo bambino cresciuto troppo, troppo grasso, troppo impacciato, troppo perso nei propri calcoli mentali e nei propri codici comunicativi per non essere amabile.

Nell’ultimo torneo, nella partita decisiva contro il suo avversario di sempre, tornando a casa Lüzin perde i sensi, un grave esaurimento nervoso diagnostica il medico, un’unica soluzione: smettere di giocare a scacchi. Lüzin è docile, si sottomette ai voleri dei medici e della sua moglie amata, quando si sente leggermente meglio si limita a sbirciare di nascosto i quesiti scacchistici che trova nelle pagine di giornale che finge di leggere con interesse. Gli scacchi sono sempre presenti, nei movimenti di cavallo di ombre di ninnoli che, con la complicità della luce, giocano sul pavimento, nei disegni dei rami degli alberi, nella disposizione dei palazzi, nelle auto, le persone, ovunque. Tutto è un grande calcolo scacchistico e proprio per questo Lüzin matura la consapevolezza che tutto è studiato, tutto è stato pianificato e lui non è altro che una pedina. Si rende conto di essere al centro di un’altra partita, che si gioca su un piano molto più vasto del quadrato di 64 caselle, bianche e nere.

Ed è in quel momento che studia la sua difesa, la pianifica, una difesa che sorprenderà chiunque stia cercando di incastrarlo, di piegarlo ai propri voleri, compresa la sua preoccupata e tenera moglie. Comincia, cosi’, a fuggire sempre di più, a trovare scuse infantili per allontanarsi, per essere solo, per studiare il suo prossimo colpo, finché tutto diventa chiaro: c’è un colpo imparabile che va giocato, una mossa ineluttabile e decisa che spariglierà tutte le carte, che farà terminare la partita nell’unico modo possibile per lui.

Non rivelo il finale perché è un bel finale, uno di quelli dove la tenerezza che si prova lungo tutto il romanzo per il piccolo grande Lüzin raggiunge livelli tali che gli occhi si inumidiscono da soli, come solo scorrendo le pagine di un grande libro capita.

Nabokov ci regala una gemma di letteratura e di emozione, disegna personalità ed ambienti, inflessioni lessicali e vita da emigranti in terra straniera, scacchi, umanità, amore, odio, solitudine, tanta solitudine che trova appagamento solo in compagnia di una Torre e di una Regina, nelle diagonali di un Alfiere, nella perfezione di un piano di gioco perfetto ed imparabile.

Io amo gli scacchi ed amo la letteratura, due espressioni diverse e cerebrali dell’Arte, e Vladimir Nabokov sparge semi dorati sul campo fertile della creatività e ci spinge a raccoglie fiori di carta impregnata di emozione.

Capolavoro, breve e sottile come il dolore di chi, come Lüzin, sa che resterà per sempre incompreso.

Scacchi…

Le partite di scacchi non finiscono mai, si reincarnano solo in nuovi scenari.

Io, Alessandro Bruno

Giocare…

Io gioco tanto, sempre. Gioco per ricordarmi di ridere, perché la vita è divertente: è dadi e ragionamento, si cela in un colpo previsto, in un lancio ad occhi chiusi, nell’essere incastrati in una casella, nel pescare la carta che ti libera, nel colpo di genio che ti fa vincere. Perché lo vuoi. Perché sai giocare.

Io, Alessandro Bruno

Partite di scacchi…

Le partite di scacchi non finiscono mai, si reincarnano solo in nuovi scenari.

Io, Alessandro Bruno