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Bacio Feroce – Roberto Saviano

Bacio Feroce è il secondo capitolo della storia iniziata con La Paranza dei Bambini. Stessi personaggi, stesso contesto, stessa parabola evolutiva, o involutiva, se giudicata dal punto di vista della società civile, di questi bambini cresciuti troppo in fretta in un ambito che prona la vita vissuta in un attimo, bruciata con la velocità di una sigaretta fumata, giusto per sentirsi più grandi.

L’impressione è molto simile a quella avuta per La Paranza dei Bambini, una scrittura da fiction più che da romanzo, che scorre senza troppe sorprese, nella coerenza di un teorema sociale da dimostrare. Come già ho avuto modo di esprimere, apprezzo più il Saviano d’inchiesta di ZeroZeroZero, per intenderci, che il Saviano romanziere, quindi non ho avuto un piacere di lettura per l’oggetto artistico letterario, ma ho avuto comunque interesse nel vedere come la vicenda si svolgesse, pur anticipandone largamente l’epilogo.

Questo ultimo punto, infatti, è il punto reale di riflessione che mi ha lasciato il libro alla sua conclusione: c’era davvero bisogno di questo libro? La risposta che mi sono dato, pur salvandone tutti i punti positivi che già ho sottolineato nella mia recensione alla Paranza dei Bambini, è che questo non è altro che una continuazione, anche un pò ridondante, del primo libro. Bastava, tutto sommato, compattare i due libri in un’unica opera, sfrondandone le molteplici parti talvolta davvero superflue, per avere un quadro comunque completo ed esaustivo della denuncia sociale che l’autore intende portare all’attenzione di tutti noi.

In conclusione: il libro è interessante se si è letto il primo, per la mera curiosità voyeuristica di vedere come muore il protagonista Nicolas e come vengono ammazzati i suoi amici. Perché che muoiano tutti e che facciano una fine atroce, non è un’anticipazione che rovina nessun finale. Il problema è il come. Ritengo che la trasformazione della psicologia di questi ragazzi, trasformati troppo presto in delinquenti in un meccanismo molto più grande di loro, vero tema e vera denuncia di questo libro, sia ben chiara nel primo tomo, nel secondo c’è solo tanta scenografia, un brodo allungato senza grande sostanza da mettersi sotto i denti che è figlio soprattutto di un’epoca dove le serie tv vincono sui film, questo libro è un perfetto esempio di letteratura a puntate dove invece di comprare un tomo unico, con una storia che nasce e finisce nell’arco di 500 pagine e di 30€ spesi, ne comprate due per 50€ per avere 100 pagine in più totalmente inutili.

La Paranza dei Bambini – Roberto Saviano

Ho letto tutto di Saviano ma stavolta avevo deciso di smettere, perché c’era qualcosa che non me lo faceva apprezzare fino in fondo, forse la sua sovraesposizione, forse il suo esprimersi su tutto, forse un qualcosa che mi sfuggiva. Siccome preferisco sempre mettere prima in discussione le mie irrazionali antipatie, piuttosto che perdermi un pezzo di bellezza o intelligenza che possa farmi crescere, mi son detto che dovevo assolutamente appurare se ci fosse qualcosa che non riuscivo a cogliere di questo personaggio, al di là di cio’ che mi appariva.
Cosi’ ho preso un tempo, non lunghissimo ma lungo, per studiare Saviano. Ho riletto dei passaggi di libri, ho ascoltato, credo tutte, le sue conferenze che ho trovato su youtube e, infine, penso di aver capito, per davvero, molto del suo pensiero di base e del suo modus operandi e mi son sentito un po’ stupido per averci messo cosi’ tanto tempo. Alla fine per un giudizio, tutto sommato affrettato, ho perso ancora più tempo.

E’ questa l’importanza di studiare, mi son detto, sembra la via più lunga ma, alla fine, è quella più breve per arrivare ad una consapevolezza.

Sentendomi quindi in colpa verso di lui, ho deciso, per farmi silenziosamente perdonare, di leggere questo libro il cui contenuto, in linea di massima, già lo conoscevo, in quanto disperso nel corso dei suoi scritti e relazioni pubbliche.

La storia è quella della genesi ed evoluzione di una “paranza”, di una baby-gang, per utilizzare un termine più diffuso, che evolve nel territorio, già permeato di mentalità e presenza camorristica, del centro storico di Napoli.

Il protagonista è un ragazzo di una famiglia ordinaria, una di quelle famiglie dove padre e madre hanno un lavoro onesto, di quelli che ti fanno mettere una vita per mettere soldi da parte, un lavoro e una vita che agli occhi di questi giovani, voraci, predatori, è un lavoro ed una vita da losers, da perdenti, da sfigati.

Potere, denaro contante e una vita vissuta sempre al limite, questo è tutto cio’ che conta per i ragazzini della paranza, è la voglia di ritagliarsi un posto al sole, presto, senza guardare in faccia a nessuno, senza paura. Come fanno i grandi.

Pero’ i grandi, son stati giovani in un’epoca in cui i principi, anche criminali, erano più “lenti”, graduali; si era consci che la gavetta andava fatta come nei lavori onesti, l’unica tappa che si bruciava, se si voleva andar più veloce, era quella che portava al cimitero. Anche per Nicolas e la sua paranza la via che porta al cimitero è quella più veloce ma loro se ne fottono, tutto e subito, poco importa il costo, cio’ che importa è essere più di tutti gli altri, soprattutto più determinati, più ricchi e più violenti.

Il romanzo si snocciola fra varie scene che segnano l’evoluzione della carriera di Nicolas e dei suoi amici/affiliati. Il linguaggio è un dialetto adattato, un dialetto edulcorato perché rimanesse il “flavour” del dialetto napoletano ma reso comprensibile ai più. All’ultima pagina, Roberto Saviano spiega bene questa scelta. Intrigante. Pero’ io sono napoletano ed un dialetto che sembra un’imitazione non mi piace, quindi, personalmente, è una scelta che non ho apprezzato.

Il resto del romanzo è interessante, l’ironia e la crudeltà si mischiano con leggerezza, facendo pesare tutta la loro gravità. Rispetto agli altri libri di Saviano ha un taglio meno giornalistico, che, per me, era sia l’unicità che la caratteristica che mi aveva sempre appassionato. Negli altri libri (ora che ci penso non ho mai recensito Gomorra, quasi quasi lo rileggo e lo faccio) le pagine si giravano da sole, qui si prendono meno pugni nello stomaco, si avverte piuttosto un malessere più diffuso, una sorta di nausea rispetto a quella che sembra essere un’ineluttabilità di un destino di quelli che non sono altro che ragazzini, che dovrebbero giocare a pallone o andare a scuola, invece di pensare ad aprire piazze di spaccio o ad allenarsi a sparare.

In conclusione La Paranza dei Bambini è un romanzo che consiglio a chi ha capito la “necessità” di divulgare coscienza e conoscenza, a chi ha voglia di vedere quello che, forse, già sa ma che, proprio per questo, deve imparare a guardare. Non è il miglior romanzo di Saviano ma è la conseguenza logica dei lavori precedenti, è un altro tassello di un grande mosaico di denuncia sociale.

“Eh ma che palle, sempre la stessa cosa”, qualcuno potrebbe dirmi. Allora risponderei: “Eh ma allora lo vedi ca nunn’è capit’ nu cazz?”

Zero Zero Zero di Roberto Saviano

La linea di demarcazione fra giornalismo e prostituzione é, oggi, sempre più confusa. I giornalisti sono sempre più creatori di opinione, bracci armati di penna, dall’inchiostro terribilmente scadente, megafoni dimentichi della loro funzione primaria: fare informazione. Fare, non creare. Fare non inventare, manipolare, strumentalizzare. Fare.

Saviano è un giornalista e fa. Non mi è particolarmente simpatico perché a mio avviso ha permesso, ingenuamente, che qualcuno gli incollasse addosso l’abito da predicatore e il suo terribile messaggio di denuncia diventasse nazionalpopolare e, dunque, debole, banalizzato, sminuito.
E, così, mentre la gente discetta delle gravi denunce di Saviano davanti ad un bel piatto di pastasciutta e, magari, chissà, arricchisce il furbacchione di turno, politically correct e dalla faccia da bravo ragazzo che sventola in tv la sua bonomia, il buon Roberto non solo passa per un gran rompiscatole, traditore della propria terra e nunzio di sventura, ma vive anche sempre sotto scorta una vita che non oso immaginare.
A volte mi chiedo se i buoni, quelli veri, non siano anche davvero i fessi, quelli veri.

Comunque al di là della digressione sul personaggio pubblico Saviano (digressione gratuita ed arbitraria, ne convengo, ma va bene così visto che il sito è il mio e ne faccio il cazzo che voglio) vorrei ora soffermarmi sul suo ultimo libro che ho terminato di leggere proprio ieri.

Il tema è la cocaina, la tesi che Saviano vuole dimostrare è che oggi la cocaina è molto più diffusa e capillare di quanto crediamo e ci vogliano far credere e che il suo fenomeno non è circoscrivibile ad una serata ‘un pò su di giri’ di ricchi figli di industrialotti brianzoli. C’è molto altro dietro, attorno, dentro, sopra e sotto e non solo c’è molto altro, ci sono molti altri, ce ne son tanti, che studiano e pianificano trasporti, contatti, reti, mani che toccano, sparano, pagano e oliano.

La storia di tutti i giorni da quando è stato creato il mondo, dov’è la novità?
La novità sta nel fatto che, volente o nolente, che sia giusto o sbagliato, la cocaina è stata sdoganata prima di tutto nella mente di quelli come noi che, alla fin fine, tolleriamo la sua presenza fra di noi. E’ il segno dei tempi? Probabile ma ciò non toglie che almeno il tempo per una riflessione vada preso.
Perché? Perché la cocaina è illegale. E’ un concetto banale ma oggi, nella società dei festini hard dei gestori del potere, delle opposizioni più molli dei genitali di un arzillo anziano senza viagra, del ‘ma che ce ne fotte, tanto lo fanno tutti’, si è perso il significato dell’illegalità.

Saviano non ce lo insegna questo significato, non credo sia neanche il suo scopo, però ci illustra i passaggi, i retroscena, i personaggi, i meccanismi che soggiacciono ad un sistema, globalizzato e moderno, nutrito e arricchito dall’accettazione, ad ogni livello, dell’illegalità.

Che piaccia o no, comprare cocaina arricchisce un certo malaffare. Che piaccia o no, rende complici, direttamente o indirettamente. E’ un fatto. Personalmente me ne frego del giudizio morale sul consumatore di stupefacenti, però se voglio analizzare un fenomeno, non posso prescindere dai fatti. E nel libro trovo fatti, a patto, certo, di dare credito e fiducia al suo autore. Io ho deciso di farlo, perché mi son rotto anche un po’ i coglioni di demonizzare, ogni santa volta, chiunque decida di dire qualcosa che ci richiami ad una responsabilità individuale. Oramai ci si è talmente fusi nella massa che si rifiutano anche responsabilità banali, come quella di misurare le conseguenze del nostro operato, anche se siamo semplici individui sprovvisti di ogni potere o controllo diretto su sistemi grandi e complessi come quelli criminali.

La verità è che tolleriamo, tutti. Perché tollerare è meno stancante ed impegnativo.
Io sono uno che tollera, sia perché sono tollerante, sia perché alla base me ne frego, perché non giudico il mio prossimo, perché ritengo che ognuno debba valutare da se ciò che ritiene giusto per se stesso. Però se rifiutassi anche l’invito a riflettere, a guardare le cose prendendo una certa altezza per avere una visione d’insieme, se rifiutassi di leggere i nessi di casualità, i legami che dettano certi fenomeni, allora rifiuterei anche di comprendere la realtà e le responsabilità che ne conseguono, per la società tutta, per chi la pilota e per ciascuno di noi.

Zero, zero, zero è un libro duro perché è un libro semplice, talmente semplice da sembrare un videogioco ma i videogiochi sono ispirati dalla realtà dove non solo i bambini giocano a guardie e ladri, dove si viene investiti da cose più grandi, dove ci si trova invischiati in pantani da cui poi non si esce più, dove si stringono mani che non si sarebbe mai voluto stringere. Ci si brucia, ci si mozza, ci si uccide, in un girotondo, planetario, trasversale, sudamericano, calabrese, europeo e asiatico, finanziario, bancario, negli uffici e nella strada, nei vicoli, nelle piazze, sui mari.

Ovunque.

Perché la cocaina va ovunque, perché l’essere umano va ovunque, nonostante stia diventando sempre più sordo.

Io, finché potrò, ascolterò chi mi porterà una fotografia della realtà. Mi sforzerò di capire, forse non condividerò, sicuramente mi creerò la mia opinione, di certo rispetterò ancora ed ancora chi avrà da dire qualcosa, anche se vogliono far passare questo qualcosa per le urla di un pazzo.

Zero Zero Zero è un bel libro, asciutto, pulito, comprensibile, logico. Terribile.

Saviano, se c’hai voglia e forza, continua a urlare.
Magari non te ne frega un cazzo ma, che tu mi sia simpatico o meno, io ascolterò.