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La luna e i falo’ – Cesare Pavese

Pasolini diceva di Cesare Pavese che era uno scrittore ordinario. Da questo traiamo, tutti, una lezione confortante: anche Pasolini poteva dire cazzate sesquipedali.

Pavese, da poeta, non è un romanziere, eppure riesce a costruire romanzi come poesie e “la luna e i falo'” rientra ai miei occhi in questa categoria.

E’ un romanzo lento e malinconico, come tutti i ritorni degli emigranti, che non hanno trovato cio’ che cercavano e che hanno perduto cio’ che li legava alla propria terra, se non un amore semplice, puro e vergine, come l’ignoranza.

Pavese disegna paesaggi, con colori pastello, non con la violenza e la brillantezza di acrilici, i suoi personaggi sono definiti dai contorni tirati con la sanguigna dell’artigiano, non con la pennellata furibonda del genio o con quella precisa, giottesca, dell’esteta.

I dialoghi, la zoppia dell’adolescenziale e sempliciotto Cinto, alter ego trasposto del protagonista disincantato, tutto converge verso la presa di coscienza che cio’ che era non c’è davvero più, che gli ideali e le speranze che hanno nutrito i cuori di una generazione, sono svaniti, bruciati, arsi, come in un falo’.

Dalla luna ed i falo’ propiziatori, di speranza di prosperità, di gioia giovanile e danza di fame e coraggio, si arriva alla luna che nasce dopo il tramonto, al falo’ di roghi, terribili e disumani, nel quale si brucia la bellezza.

Cesare Pavese spreme dalle parole il succo della malinconia. In ogni sua opera.
Per questo va letto, sempre. Tutto.
Bevuto, come un calice amaro.

Non Lasciarmi – Kazuo Ishiguro

Le logiche di assegnazione del Premio Nobel sono spesso, ai miei occhi, incomprensibili, per cercare di perforare questo mistero, non posso fare a meno di leggere le opere di coloro che lo ricevono per la letteratura.

Nella maggior parte dei casi, una volta chiuso il libro, continuo a non capire, stavolta è diverso.

Ishiguro è arrivato in Gran Bretagna a 6 anni, dicono sia britannico, pero’ lo stile, paziente, dettagliato, visionario e scollato, con sapienza, dalla realtà mi sembra totalmente giapponese.

Il libro narra la storia di Kath e di due suoi amici, Tom e Ruth, sin da quando son bambini, la loro vita in uno strano college, Hailsham, e si chiude quando i tre arrivano, in età adulta a “fine ciclo”.

Non capiamo subito di cosa si tratta, la narrazione si svela lentamente, come un quadro del quale intercettiamo i segreti poco a poco, e d’improvviso, quando, fra un po’ di noia e di abitudine, ci rendiamo conto di essere in qualche modo affezionati a questi piccoli bimbi ordinari e, tutto sommato, banali, scopriamo che non sono altro che dei cloni umani.

Il romanzo è sottile, come una puntura che rilascia il medicinale in modo prolungato, ne siamo avviluppati col tempo, solo quando accettiamo che “la cerimonia del tè” letterario che Ishiguro ha apparecchiato per noi, va gustata con studiata lentezza, senza la fretta, vorace ed onnivora, che la contemporaneità ci impone ed insegna.

E’ un romanzo che mi ha molto toccato, che è venuto a scavare dentro di me, con una paletta da spiaggia, che mi ha costretto a provare emozioni, quasi tutte malinconiche e tristi ma immerse nella glassa, dolce e umana, della tenerezza.

E’ un libro profondo, studiato, preciso e talvolta freddo, eppure sa sprigionare riflessione, calore ed una visione potente ed angosciante di un futuro non troppo impossibile.

Io sono un appassionato di scrittori giapponesi, riescono a traspormi in universi ucronici, dove tutto è possibile ed Ishiguro non fa eccezione. Ora mi sono procurato un altro suo romanzo: Quel che resta del giorno, la sua opera più “britannica”, sono curioso di vedere come le due culture, forti e nazionaliste, possano coesistere in un unico artista.

Non Lasciarmi, non è solo un titolo, è una richiesta e, al tempo stesso, una promessa. Bellissimo.

Il Nome della Rosa – Umberto Eco (di Francesco Pasanisi)

Leggendo Il nome della rosa, nel mio cuore di lettore seriale e incallito nascono due sentimenti ugualmente forti e tra loro contrastanti.

Il primo è la voglia di scrivere, commentare, condividere le emozioni che la lettura mi ha provocato. Un po’ come quando guardi una bella partita di calcio e ti viene voglia di giocare con gli amici.

Il secondo, però, è un senso di inadeguatezza di fronte ad un’opera (e ad un autore) la cui grandezza mi appare, in tutta onestà, molto al di là della mia portata. Che cosa potrei mai aggiungere a un libro così bello e di cui si è scritto tanto?

Che fare, allora? La risposta, per fortuna, mi è arrivata leggendo le Postille al Nome della rosa, dove il grande Umberto Eco scrive che un romanzo è “una macchina per generare interpretazioni”.

Al di là della genialità di questo concetto, su cui potremmo ragionare per giorni interi, io lo interpreto liberamente come una specie di autorizzazione a mettere su carta le mie interpretazioni, e così sono nate queste righe.

Non mi soffermo più di tanto sulla storia, che è molto nota, anche grazie al film tratto “dal palinsesto” del romanzo. La lettura del libro, tuttavia, al di là delle inevitabili differenze con il film, è un’esperienza assolutamente da vivere, per la ricchezza narrativa di una storia in cui niente è come sembra, per il ritmo assolutamente sui generis, per le citazioni latine e i dialoghi tra i protagonisti, che ci trasportano in un mondo lontano e, nonostante le ore passate sui banchi di scuola, per certi versi sconosciuto.

Tornando alle interpretazioni, Il nome della Rosa è un’opera straordinariamente ricca e le possibili chiavi di lettura sono veramente tante.

Nella mia lettura, tuttavia, emergono prepotentemente due protagonisti assoluti su tutti.

Il primo protagonista è il Medio Evo dell’anno di grazia 1327. Non è il Medio Evo dei cavalieri, delle battaglie e dell’amore cortese, ma quello dei monasteri, delle biblioteche, delle scuole di filosofia, dei sillogismi, delle dispute teologiche e… dell’Inquisizione, che non manca di fare sentire la sua presenza condannando al rogo due frati eretici e una povera ragazza accusata di stregoneria. Sarebbe impossibile immaginare questa storia ed i suoi personaggi in un’altra epoca.

Sembra effettivamente l’ambientazione meno avvincente che si possa immaginare, ma, procedendo con la lettura, mi accorgo che non è così. Scopro personaggi animati da passioni e contrasti che faticavo ad immaginare, lontani dall’idea tradizionale di un mondo buio, addormentato e dominato dall’autorità assoluta della Chiesa. Penso solo alle dispute feroci su un argomento che oggi ci sembra pacifico, come la povertà francescana e, se ancora non mi sembra abbastanza, penso al numero di antipapi nominati in quegli anni.

In sostanza, leggendo il libro, mi inoltro nel Medio Evo con le mie certezze e… ne esco con dei dubbi. Se fossi un allievo di quei tempi, sarei considerato un vero fallimento, ma… pazienza. Sono nato nel ventesimo secolo e non ci posso fare niente.

Il secondo, grande protagonista del romanzo sono i libri. Per chi ama la lettura, Il nome della rosa è una storia perfetta.

Il centro di tutte le vicende della comunità è una biblioteca, i principali attori della vicenda dedicano ai libri la propria vita, e la storia stessa ruota attorno a un libro, un frutto proibito per cui si è disposti a uccidere, a morire e a perdere l’anima, oggetto di desiderio e finanche… arma del delitto.

Ho spesso immaginato come doveva essere la vita di persone che hanno vissuto quasi tutta la propria esistenza in una biblioteca, lontani dal mondo, con l’unico scopo di conservare e tramandare le opere del passato. Quali erano i loro pensieri, le loro motivazioni? Che cosa pensavano di quello che facevano? Che valore davano a un libro costato anni di paziente lavoro? E, al contrario, noi che valore diamo oggi alla conoscenza? Che valore diamo ad un libro che possiamo comprare facilmente in libreria o in uno store digitale, o ad un’informazione che in pochi istanti possiamo trovare in rete?

Non ho la pretesa di dilungarmi troppo su questo argomento, ma vi invito a leggere le pagine in cui l’anziano frate Jorge condanna aspramente la superbia di chi si illude di progredire nella conoscenza, perché lo scopo dello studio è “la custodia del sapere. La custodia, dico, non la ricerca. […] Non vi è progresso, non vi è rivoluzione di evi, nella vicenda del sapere, ma al massimo continua e sublime ricapitolazione.”

Se in questa ricapitolazione si scopre, disgraziatamente, una nota sbagliata, una crepa che rischia di fare crollare il castello, questa va sanata a qualunque prezzo, anche, paradossalmente, a rischio di distruggere il castello stesso, come in effetti accade con l’incendio finale, che è nemesi e catarsi dell’intera, tragica storia.

Le parole di Jorge suonano inaccettabili per la nostra sensibilità, e ci rimandano a un passato oscurantista e antiscientifico, che tuttavia sarebbe ingiusto identificare in toto con il Medio Evo. Lo stesso frate Guglielmo, d’altronde, utilizzando argomentazioni proprie di quei tempi, dimostra l’assurdità delle parole di Jorge, che finisce con il negare l’autorità dei padri della chiesa e di San Tommaso d’Aquino e, addirittura, ad assomigliare ad una grottesca caricatura dell’Anticristo.

Eppure, per quanto Jorge possa apparire come la personificazione del cattivo e la negazione del nostro modo di sentire e di pensare, le sue parole sono una testimonianza di amore assoluto per i libri, un amore malato e feroce che si trasforma in odio e pretende un sacrificio assoluto.

Ma dopo tutto, a pensarci, è lo stesso sacrificio, lo stesso amore grazie al quale (e spesso, nonostante il quale) le opere del passato, anche quelle considerate sbagliate, maledette o semplicemente brutte sono​ arrivate oggi fino a noi.

Ogni volta che apro un libro, non posso fare a meno di pensarci.

L’ incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio – Haruki Murakami

Murakami è una scala a chiocciola che, avvitandosi, scende in universi scuri o si arrampica al di là di luminosi cieli razionali. E’ uno scrittore che non si muove mai su un piano orizzontale, liscio, piatto, comprensibile con la ragione della mente. Murakami si legge con l’intelligenza del cuore ed è proprio per questo che lo metto nell’Olimpo dei più grandi scrittori contemporanei e, probabilmente, fra i più grandi di sempre.

Il suo è un universo tipico e riconoscibile, i muri che compongono la struttura solida del romanzo sono di soffice carta di riso, come una parete scorrevole giapponese, i colori che fluttuano, i dialoghi leggeri come gesti durante la cerimonia del tè, personaggi trasparenti e dalla pelle bianca, candida, traslucida.

Questo suo ultimo romanzo, uscito nel corso di quest’anno, non sfugge allo stile “murakamiano” e sin da subito veniamo immersi nella realtà, acquosa ed apparentemente sconclusionata, del protagonista Tazaki Tsukuru, l’incolore. Non rivelerò niente di determinante della trama dicendo che Tsukuru è incolore perché è l’unico, in una comitiva di cinque amici, a non avere un colore presente nel suo nome. I nomi giapponesi si prestano spesso ad essere interpretati in più modi e gli amici di Tsukuru sono portatori sani di colori nei loro nomi, Tsukuru no.

Un uomo che non ha un colore nel nome è dunque incolore? E’ troppo “normale” per far parte del gruppo? Il personaggio è un qualcuno di, effettivamente, ordinario, quasi banale, che si muove nel proprio universo con l’abituale estraneità di molti dei personaggi di Murakami che viaggiano lungo il romanzo come in una “quest” allegorica che rinvia al Romanzo della Rosa, poema, appunto, allegorico del XIII secolo di Guillaume de Lorris e Jean de Meung.

Attraverso le elucubrazioni, incertezze, sogni di Tsukuru seguiamo l’evoluzione dell’uomo che guarda se stesso ed i suoi rapporti con il prossimo, le cose dette e non dette, esplicitate o tenute ben nascoste al caldo, apparente, del segreto del proprio animo. Il gruppo di amici respira come un organismo vivente a se stante ma Tsukuru è incolore, forse non è al proprio posto, forse merita l’espulsione o, forse, sono gli amici colorati ad essere monocromatici, troppo legati al loro colore originario per poter allargare i propri orizzonti esistenziali.

Il viaggio di Tsukuru è affascinante e lo si segue con la passione che avviluppa il lettore in ogni viaggio in cui ci si addentra, accompagnati e tenuti per mano da questo incredibile scrittore giapponese a cui, ancora più incredibilmente, ancora non danno il nobel per la letteratura. Evidentemente la lobby della cultura cerca scrittori che facciano passare messaggi più politici e funzionali ad altre logiche che a quelle, evidentemente troppo ingenue, dell’arte letteraria.

Comunque ora basta divagare, torniamo a questo romanzo che, ancora una volta mi ha rapito. Pero’, ecco, da discepolo di Murakami, resta un romanzo che non mi ha entusiasmato. Si, dopo lo zucchero, ora viene l’amaro fiele ma è una bevanda che va ingurgitata, per amore di Haruki ed arrivo subito al punto: questo romanzo mi è apparso come un esercizio di stile.

Murakami, come dicevo anche prima, è un maestro indiscusso e si vede chiaramente, in ogni sua opera, che non ha alcuna difficoltà a costruire universi nei quali egli stesso si addentra per esplorarne tutti gli angoli, anche i più nascosti. In quest’ultimo romanzo, pero’, ho avuto, a più riprese, l’impressione, alquanto fastidiosa, che improvvisasse totalmente e che non avesse proprio idea di dove andare a parare. Il che, se vogliamo, è intrinseco ad ogni, o quasi, opera di creazione ma il problema è che se lo stratagemma è conosciuto, è anche nascosto sotto i fili del tessuto del romanzo. Questa volta trovo che la trama sia troppo larga ed un po’ troppo sfilacciata perché si veda attraverso. Ho seguito Tsukuru con passione ma, al tempo stesso, con un certo disincanto. Alla pagina successiva sapevo di incontrare più la sorpresa dell’autore che la sorpresa del personaggio.

E’ davvero importante questa differenza? Non è sempre l’autore che si rivela attraverso il personaggio da lui creato?

Per me, ecco, dipende. Se, ad esempio, in un romanzo come “Viaggio al termine della notte di Céline” la cosa non mi disturba più di tanto, anzi, mi aiuta a sprofondare ancor più nell’animo dell’autore, in un romanzo di Murakami la cosa mi infastidisce proprio perché l’ambientazione onirica in cui si dipanano le sue storie non deve essere interrotta dallo stridore della realtà e neanche dal ticchettio della sua macchina da scrivere, per quanto affascinante possa essere.

L’ incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio è un bel romanzo scritto da un grande scrittore ma non è il capolavoro che Murakami è abituato a regalarci con estrema generosità vista la sua cospicua produzione. E’ un romanzo che va letto, perché è bello, ma non è il più bello. Certo è un peccato veniale per chi è abituato a scovare gemme nel proprio paniere di immaginazione ma la sincerità è un atto d’amore ed io che amo Murakami, gli devo tutta la sincerità di cui sono capace.

Jean Cocteau – La difficulté d’être

Io sono un devoto di Cocteau, un dio pagano che dall’inizio del secolo scorso ha insegnato Arte al mondo.

Ha reinterpretato il cinema con la sapienza di un visionario, proiettandolo cinquant’anni in avanti, anticipandone le potenzialità oniriche poi sfruttate da registi, come Fellini, che sull’onirismo alla Cocteau condito da generosità barocca italiana, hanno costruito la loro fama e il meritato successo.

Cocteau è stato un grande poeta, eccelso disegnatore, romanziere troppo naïf ma sempre incredibilmente elegante, ma, soprattutto, è stato testimone illuminato di un’epoca che ha attraversato lasciando la propria scia di profumo ed aristocratico intellettualismo. Ha frequentato tutti i grandi spiriti, menti eccelse, come il bruciante Radiguet, Picasso, Nijinsky, Apollinaire… Giusto per citarne alcuni. E’ stato la pelliccia di visone poggiata, con leggerezza distratta, sulle spalle di una Parigi che era ancora il centro pulsante della cultura, rivoluzionaria e scandalosa, che sgorgava dai fervidi cervelli di artisti che con le loro Opere hanno firmato la storia.

Ne La Difficulté d’être che Cocteau scrive durante una delle sue lunghe malattie, ci viene consegnato il patrimonio di riflessioni che un uomo unico e brillante fa nella solitudine del proprio essere, all’ascolto della propria anima e delle proprie sensazioni. In Cocteau il razionale ed il sensoriale si mischiano in un amplesso quasi lascivo, sintetizza l’uomo senza estrapolarlo dal liquido amniotico della sensibilità per consegnarlo alla cella, fredda ed insipida, della pura razionalità. In questo libro, piccolo ma denso come cemento armato, ci viene consegnato un condensato di filosofia e di malinconia, di sguardi d’artista e di sciabolate sociali, di esperienze. E’ uno scrigno di vita vissuta che si offre allo sguardo del lettore, come gemme che brillano nel buio; attraversiamo sul tappeto volante dell’aristocrazia intellettuale il muro che separa la volgarità dalla supremazia dello spirito umano.

E’ un libro disordinato, scritto d’un fiato, senza dargli una organicità, senza il tocco del pittore che distribuisce ancora una pennellata per perfezionare la prospettiva, il colore è stato messo sapientemente già dall’inizio, la tela bianca si tinge di contenuto che si trasforma e lavora nella nostra intelligenza, della mente e del cuore, mentre lo leggiamo. Nelle prime pagine, Cocteau ci rivela che il piacere gli è provocato dalla conversazione, dallo scambiare pensieri e ragionamenti con qualcun altro e questo libro è il nostro dialogo con lui, è il rito voodoo che lo riporta in vita, seduto nella poltrona proprio di fronte a noi, con la sua giacca da camera di seta ed il suo naso aquilino, i capelli bianchissimi e la voce vellutata, elegante, come una nenia. Non abbiamo altro da fare che lasciarci cullare ed addormentarci per essere trasportati nel suo sogno che non è altro che lo stesso nostro.

Io amo Cocteau. Perché non smette mai di parlarmi.