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Tamburi antichi…

Io non so suonare nessuno strumento perché da bambino non ho avuto scelta, mi hanno imposto prima il pianoforte e poi la chitarra. Se sul pianoforte avrei potuto fare qualche concessione, sulla chitarra no, mi annoiavo, mi segavo le dita, mi venivano i crampi alle nocche delle mani. E siccome io non sono bravo a fare concessioni, assieme alla chitarra mandai a farsi fottere ogni mia chance di imparare a suonare.

Il fatto è che io volevo imparare a suonare la batteria, io non sono un uomo di melodia, io sono uomo di ritmo.
La batteria è controllo e liberazione, è coordinazione di mani e piedi, come per guidare la moto, per essere liberi, come per fare l’amore, per essere assoluti. Il tempo è il palpito vitale, il ritmo è l’essenza della purezza animale dell’essere umano, con un ritmo sbagliato non c’è piacere, né musicale, né intellettuale, né fisico.

Io sono fatto per suoni sincopati come battiti cardiaci simulati su antichi tamburi picchiati da primati. Io sono quello che da il tempo, che sta un po’ nell’ombra, nella parte posteriore della scena, da solo, circondato dal suo universo, isolato eppure integrato, necessario.

Io non sono uomo di melodia, io sono uomo di ritmo.

Strane relazioni…

 

Strane relazioni, quelle col freno a mano tirato, relazioni da metronomi starati e spartiti sporcati da semicrome discordanti, bicchieri che tintinnano insieme ma che, poi, si svuotano da soli. Io ho sempre vissuto di pallottole prese in pieno petto, che bruciano la pelle, di dolore o di piacere, lentamente, come sigarette lasciate in un posacenere di un fumoir ottocentesco.
Diffido del tempo e delle sue presunte cure, il mio medico è nell’intensità di un singolo momento, in cui posso, finalmente, dimenticare tutto.