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La Rabbia e L’Orgoglio – Oriana Fallaci

Io sono un uomo colto, perché sono un uomo libero. Leggo cio’ che voglio, quando voglio, perché le idee me le faccio da solo, non accetto che me le dettino. Perché sono un uomo libero e, quindi, colto.

Ho ignorato questo libro a lungo, pur amando gli altri libri della Fallaci (magari un giorno li rileggero’ e ne faro’ una recensione su questo sito) avevo una vaga idea di cosa potesse contenere questo e non mi interessava il soggetto, oramai oltremodo inflazionato, stucchevole e di cui, in tutta onestà e franchezza, ecco, me ne sbatto i coglioni.

Poi, pero’, questo libro, come la sua autrice, è stata messa all’indice dalla censura mainstream e benpensante e siccome io non solo un benpensante ma un inveterato malpensante e, ancor peggio, ho un debole per gli stronzi, che trovo irresistibili, perché quasi sempre passa per stronzo chi dice la verità, mi sono detto che era tempo di colmare la lacuna.

Del resto all’indice ci sono finiti Balzac, Cartesio, Diderot, Dumas, Sade, Montaigne, Montesquieu, Spinoza, Voltaire, Moravia, Foscolo, Galilei, insomma non gli ultimi imbecilli, di sicuro meno imbecilli di quelli che li hanno messi all’indice, mi son detto che anche per la Fallaci poteva essere cosi’ e sono andato a verificare.

La Oriana Fallaci è una giornalista, di guerra, una che ne ha viste tante, forse troppe, quindi ha uno stile crudo, secco, spoglio da ogni fronzolo piacente. Lei spara pallottole, per far riflettere, non sentenze. Le sentenze sono “razzista”, “fascista”, accuse infamanti di chi vuole rifuggire ogni dialogo e riflessione. La Fallaci non spara sentenze ma costruisce, in questo saggio, un ragionamento.

Il ragionamento, lo dico a beneficio di chi spara sentenze e che, quindi, non è abituato alla pratica della logica ma solo al piscio gocciolante della propria prostata neuronale slabbrata, è un insieme di frasi, legate da una struttura logica, al fine di dimostrare un teorema.

Ora, che il teorema della Fallaci possa esser falso o vero, non lo so, mi interessa anche relativamente perché da un punto di vista letterario e culturale, resta, comunque, un teorema ben costruito, di sicuro meglio elaborato di chi bela “cacca, pipi, razzista, fascista” ed altri insulti a piacere. Detto questo, una volta finito ho cercato sul net un libro che, con lo stesso rigore intellettuale, contraddicesse i fatti presentati dalla Fallaci, che li contraddicesse con rigore scientifico, letterario, culturale, che li smontasse come si smontano, appunto, i teoremi matematici, perché questo saggio non è null’altro che questo, a cui è trovata una falla.

Beh, non ho trovato nulla, solo vari atti di fede, vaghi, tipo: “non è questo il vero islam”. E allora qual è? No, non parlo dal punto di vista teologico, me ne fotto, non faccio il teologo, voglio osservare il fenomeno sociale e democratico degli stati islamici, qual è il vero islam, quello che smonta il teorema della Fallaci?

Ecco, vorrei tanto leggere un libro che me lo spieghi, con la stessa chiarezza usata dalla giornalista e scrittrice fiorentina, no, non tutta una serie di luoghi comuni o assiomi:”beh è cosi’ e se asserisci il contrario sei razzista, fascista, cacca, pipi’, proprio come la Fallaci”, fatti, vorrei un libro che portasse fatti, ragionamento, cultura.

Perché io sono un uomo libero e quindi colto e quindi leggo anche libri che sono scomodi o che non mi piacciono o che non condivido, perché le idee, me le faccio io. Ed è per questo che non dico se mi è piaciuto o meno il contenuto, mi è piaciuta la forma, l’arringa, la costruzione del teorema. Smentitela con le stesse armi, se avete coraggio e lo spessore, andrà benissimo e, credo, la Fallaci stessa apprezzerebbe.

Ma basta col qualunquismo da social network pieno di accuse all’acqua di rose, facciamo cultura, costruiamo libertà, leggiamo anche i libri che non condividiamo, per controbattere meglio nel merito, con cognizione di causa, ad infangare siam bravi tutti, anzi son bravi tutti, io no, perché sono un uomo libero, perché sono un uomo colto, perché prima di criticare, leggo, studio, mi faccio un’idea mia, perché sono un uomo colto e quindi un uomo libero.

In fondo alla palude – Joe R. Lansdale

Io ho un debole per Joe R. Lansdale di quelli che si provano per gli amici che ti portano a fare un giro in moto, in luoghi deserti, dove, oltre alla natura ed ai lievi rumori di cicale e di serpenti struscianti, si percepisce solo il rombo del motore della motocicletta e lo scoppiettare della marmitta, spesso vecchia.

Il suo universo è sempre quello di un’America povera o di gente semplice, di epoche in cui il razzismo non era latente. Narra di mondi raccontati dagli occhi di chi razzista non è, di chi cerca di aggrapparsi alla lucidità ed a cio’ che, dopotutto e nonostante tutto, ci unisce tutti che è questa sporca umanità.

In fondo alla palude c’è un serial killer che uccide prostitute, quasi tutte nere, che le sevizia, le lega ad un albero per poi tornare a divertirsi con loro, anche dopo averle uccise. Un assassino perverso, con evidenti problemi di integrazione, con problemi razziali, con chiari problemi. Il primo cadavere è scoperto da Harry e dalla sorellina Tom, sarà Harry che ci racconta questa storia nella quale sprofondo immediatamente, come in una palude, rapito sia dai racconti della natura, dipinta da Lansdale con sapienza impressionista in pagine descrittive, a mio parere, mirabili, sia dal fatto che la voce narrante è quella di un bimbo. Amo quando sono i bambini a raccontare le cose, a darci le loro verità, ingenue e profonde. Cosi’ come per Il buio oltre la siepe, l’eterno capolavoro di Lee Harper, anche qui Harry è il figlio di Jacob, un uomo semplice, un barbiere ed al tempo stesso sceriffo del piccolo villaggio, ma soprattutto uno dei pochi a non considerare i neri una sottospecie dell’umanità.

Il romanzo si dipana in varie direzioni, le piste d’indagine sembrano tutte finire nel vicolo cieco del pregiudizio razziale e dei linciaggi di piazza, non c’è ragione, non c’è senso, poi, magari l’assassino potrebbe essere già lontano, deve essere qualcuno che viaggia, che si sposta, di notte, inafferrabile, come il senso dei suoi efferati omicidi.

I personaggi sono tutti ben disegnati, a partire dalla bella May Linn, la mamma di Harry, per continuare con i rozzi abitanti del piccolo villaggio, il dottore nero, quello bianco razzista, il collaboratore belloccio di Jacob, barbiere dotato e seduttore, quartieri di bianchi e neri divisi, la palude, l’unica cosa che accomuna tutti.

Il romanzo si rivela gradualmente, lascia perplessi, fa riflettere e sorridere, gioca con la nostra curiosità, forse si tradisce un po’ troppo presto ma resta di uno scorrevole che non si puo’ restare impassibili di fronte a tanta maestria nel maneggiare la macchina da scrivere. Libro nel suo genere bello che mi ha lasciato quel senso di pienezza che solo un romanzo ben confezionato sa lasciare. Quando l’ho chiuso ho pensato, non senza sollievo, che è davvero bello avere ancora qualche Lansdale da leggere proprio li’, non lontano dal comodino.

Io sono razzista…

Io sono razzista perché non voglio essere assimilato alla cultura musulmana? Io sono razzista perché sono contento che l’Europa ha prodotto Leonardo, Michelangelo, Monet, Kant e Joyce? Io sono razzista perché non ho vergogna di essere europeo. Io sono razzista perché appartengo ad una cultura millenaria che si basa su Aristotele, Platone e Socrate? Si, allora io sono razzista.

Io, Alessandro Bruno

Democrazie cosi’ democratiche…

Viviamo in democrazie talmente democratiche che dobbiamo giustificare ogni opinione non allineata esordendo con:”Posto che non sono razzista, antigay, antisemita, islamofobo, nazista, intollerante, antioperaio, antivegano, antipuffi, marzianofobo…”

Io, Alessandro Bruno