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La luna e i falo’ – Cesare Pavese

Pasolini diceva di Cesare Pavese che era uno scrittore ordinario. Da questo traiamo, tutti, una lezione confortante: anche Pasolini poteva dire cazzate sesquipedali.

Pavese, da poeta, non è un romanziere, eppure riesce a costruire romanzi come poesie e “la luna e i falo'” rientra ai miei occhi in questa categoria.

E’ un romanzo lento e malinconico, come tutti i ritorni degli emigranti, che non hanno trovato cio’ che cercavano e che hanno perduto cio’ che li legava alla propria terra, se non un amore semplice, puro e vergine, come l’ignoranza.

Pavese disegna paesaggi, con colori pastello, non con la violenza e la brillantezza di acrilici, i suoi personaggi sono definiti dai contorni tirati con la sanguigna dell’artigiano, non con la pennellata furibonda del genio o con quella precisa, giottesca, dell’esteta.

I dialoghi, la zoppia dell’adolescenziale e sempliciotto Cinto, alter ego trasposto del protagonista disincantato, tutto converge verso la presa di coscienza che cio’ che era non c’è davvero più, che gli ideali e le speranze che hanno nutrito i cuori di una generazione, sono svaniti, bruciati, arsi, come in un falo’.

Dalla luna ed i falo’ propiziatori, di speranza di prosperità, di gioia giovanile e danza di fame e coraggio, si arriva alla luna che nasce dopo il tramonto, al falo’ di roghi, terribili e disumani, nel quale si brucia la bellezza.

Cesare Pavese spreme dalle parole il succo della malinconia. In ogni sua opera.
Per questo va letto, sempre. Tutto.
Bevuto, come un calice amaro.

Oasi e barriere…

Non potrei conservare in me oasi di poesia, se non avessi costruito una barriera di cinismo a proteggerle.

Io, Alessandro Bruno

Pino Daniele…

     Di notte, prima di tornare a casa, facevo sempre un ultimo giro con la mia macchina nera; da solo me ne andavo per la mia città a rivedere tutti gli scorci che mi piacevano. A volte mi fermavo a guardare, mi accendevo una sigaretta ed aspettavo. Pure se pioveva. Aspettavo che l’amaro che m’impastava la bocca se ne andasse e che la mia eterna malinconia sorridesse ancora. Nell’autoradio mettevo sempre la stessa cassetta, di quelle col nastro che si arravoglia, perché guidando, in mezzo a quelle luci ed a quel buio, io non tenevo genio di parlare e lasciavo che lo facessi tu per me, tanto era uguale.
Non sono mai uscito da quella macchina, negli occhi ho sempre quel panorama che mi piaceva e nelle orecchie e sulla pelle quella musica che parlava della mia vita, fatta di terra e caffè, di rabbia, r’addor’e femmene, di gente, r’appecundria, ca nun se lev’mai ‘a cuoll’.

Tu nunn’o saje ma tu me si frat’.

Io, Alessandro Bruno

Poesia…

Si può tradire tutto tranne la poesia. A meno di voler rinunciare alla propria libertà.

Io, Alessandro Bruno

Il Silenzio

Conosco una città
che ogni giorno s’empie di sole
e tutto è rapito in quel momento

Me ne sono andato una sera

Nel cuore durava il limio
delle cicale

Dal bastimento
verniciato di bianco
ho visto
la mia città sparire
lasciando
un poco
un abbraccio di lumi nell’aria torbida
sospesi.

Giuseppe Ungaretti