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I’m Ozzy – Ozzy Osbourne

Mi piace sempre molto leggere biografie e autobiografie, mi interessa capire quali siano le chiavi che hanno portato al successo, in qualunque campo, dei personaggi storici o attuali. Ho sempre pensato che il successo duraturo non sia mai casuale, bacia persone con delle qualità e con la perseveranza necessaria per resistere ad ogni avversità che, inevitabilmente, si frappone durante il cammino su un sentiero tortuoso e complicato.
Il fatto che io sia un ascoltatore accanito dei Black Sabbath ha certamente aiutato la mia curiosità ma sono sempre stato intrigato da questo personaggio che è rimasto sulla cresta dell’onda musicale per quaranta anni, in gruppo e come solista e che ha, addirittura, creato un festival, chiamato OzzFest, per tutti i gruppi o musicisti ritenuti “dinosauri” ed esclusi da un’industria musicale più propensa al rapido cambiamento a fini commerciali, che ad una produzione sempre qualitativamente alta.
Con mia grande sorpresa mi son trovato davanti a circa 350 pagine di puro divertimento, come se Ozzy fosse seduto in salotto di casa a raccontarmi gli aneddoti di una vita, si straordinaria ma, tutto sommato, semplice di un ragazzo cosciente delle proprie debolezze, fragile caratterialmente ma pronto a creare ed a cogliere le, pur poche, opportunità che la vita gli proponeva.
Il tono è sempre leggero, divertente e divertito, quasi come se fosse Ozzy stesso, per primo, a non capacitarsi di tutte le cose che gli sono accadute e vissute, c’è una disarmante sincerità nel confessare le proprie debolezze, soprattutto nell’uso smodato di droghe ed alcool, la difficoltà nel rispettare i propri amori, la voglia di rilanciare su ogni piatto, indipendentemente dalla mano di carte distribuita dal croupier del casino esistenziale.
A causa dei suoi eccessi viene allontanato dai Black Sebbath ed è costretto ad iniziare una carriera solista, che lo porterà poi a diventare numero 1 in classifica in Inghilterra, cosa che neanche i “Padrini dell’Heavy Metal” riuscirono a fare. Ozzy si reinventa seguendo i cavalloni travolgenti della propria vita, talvolta cavalcandoli, talvolta restandone sommerso, pericolosamente, per provare ad uscirne, quasi sempre aiutato dalla mano amorevole della sua compagna.
Il ruolo determinate di una partner fattiva, devota, tosta e sempre fiduciosa nelle qualità del suo, pur debole, uomo, è una componente fondamentale di tutta questa vita che si snoda attraverso incontri e dure lotte, delusioni, quasi tutte legate al denaro, e nuove amicizie, morti tragiche e paure, spesso superate solo con l’aiuto di sostanze allucinogene. Le pagine scorrono veloci, Ozzy ci porta in un viaggio che oscilla fra Inghilterra ed USA, dove incontriamo personaggi famosi, rockstar scatenate e li guardiamo da dietro le quinte, li conosciamo meglio, anche nella loro semplice umanità.
Lo spaccato che emerge non è quello di un’autobiografia scritta solo per autocelebrarsi, uno specchio nel quale brillare a tutti i costi, anzi, è un atto quasi di contrizione, una confessione pubblica di un uomo nudo davanti alla verità di una vita che sembrerebbe più straordinaria del dovuto, eppure Ozzy Osbourne ha avuto ciò che meritava, per quanto ha portato al mondo della musica, anche con i suoi eccessi spericolati.
Sicuramente senza i riff di chitarra di Tony Iommi non sarebbero esistiti i Black Sabbath ma, altrettanto sicuramente, senza la personalità e la voce di Ozzy Osbourne i Black Sabbath non sarebbero diventati quell’icona del rock che sono ancora oggi. Rinascere e affermarsi anche come solista, poi, ha confermato delle qualità musicali fuori dall’ordinario.
E’ un libro che ho apprezzato molto, che mi ha lasciato sempre col sorriso, con una messa in guardia verso ogni debolezza umana che può portare a perderci, il confine è sempre sottile ed il successo ti porta spesso a camminare sopra quella linea, confusa, fra bene e male, dove ogni tanto metti un piede di qua ed uno di là, sperando che non si apra la botola del destino che ti ucciderà prima di aver compiuto totalmente il tuo percorso.
Ozzy Osbourne è una rockstar che ci spiega, con umiltà, che alla fin fine, siam tutti rockstar, se sappiamo seguire la traccia della nostra verità, difendere il proprio territorio umano, circordarsi di un amore vero.

La Musica…

La musica è teatro, la sua essenza è nel rito collettivo e sciamanico dell’esecuzione dal vivo. Le registrazioni in studio sono solo le locandine apposte fuori ai tendoni, all’interno dei quali, solo per pochi, operano stregoni che fanno nascere e morire la magia.

Io, Alessandro Bruno

Rumore…

Spengo il rumore assordante della vacuità circostante, ascoltando la musica delle mie emozioni inconfessabili.

Io, Alessandro Bruno

Righe di pentagramma…

La sensibilità di chi ama la musica è, spesso, nascosta. Come stipata fra le strette righe di un pentagramma.

Io, Alessandro Bruno

1 anno senza Prince

Oggi è un anno che il mio parametro musicale di sempre è scomparso. Gli rendero’ omaggio pubblicando cio’ che pubblicai l’anno scorso, l’indomani. Faro’ cosi’ ogni anno, perché mi piace ricordarlo, perché mi manca.

Prince

La musica è una pellicola d’oro che ricopre la pelle, permeandola delicatamente, fino ad entrare, come un nutriente e primordiale liquido amniotico, nelle curve più recondite dell’animo che riesce ad intercettarla.
Io son cresciuto all’ombra delle ali di Springsteen, Led Zeppelin, The Cure, The Doors; da loro ho imparato la rabbia, la malinconia, l’esoterismo, hanno accarezzato la mia disperazione adolescenziale e dato note alla poesia.

Poi, un giorno di, guarda caso, Aprile, del 1987 per l’esattezza, vidi in TV un videoclip ipnotizzante, colorato, intensissimo, uno schiaffo di energica originalità sul viso della musica anni ’80. Scorreva sullo schermo, veloce, fra lampi di luce, il testo della canzone, sincopata e dalla potenza innovativa deflagrante.
Quella canzone era Sign’o’ the Times e l’interprete era Prince.

Con quell’album doppio, esplosivo come fuochi d’artificio di purissimo genio cristallino, comincio’ per me un nuovo viaggio in un universo dove le costellazioni avevano il profilo di un corpo di donna ed i sistemi solari si appoggiavano su lenzuola di seta. Testi espliciti, sesso, sudore, profumi aspri, percussioni, ritmo, elettricità, sulle corde di una chitarra e sui peli ritti delle braccia, schiene curve, sguardi maliziosi e labbra avide di baci, sapori nuovi e scoperte.

Comprai poco a poco tutti i dischi vecchi e poi i nuovi, subito, al mattino presto, appena apriva il mio negozio di fiducia. Li facevo suonare ancora ed ancora, riecheggiavano potenti nelle mie casse JBL, mentre il tempo passava ed io, crescendo, maturando, impaurito e ferito, eppure coraggioso anche se tremolante, procedevo parallelamente a quella musica. Imparavo e sperimentavo esitante sul mio corpo cio’ che ascoltavo. Imparavo ad amare le donne e la vita, la seduzione ed il ritmo lento, imparavo di nuovo a sorridere, anche delle mie debolezze che non mostravo a nessuno, come i miei sentimenti.

La musica ed i testi di Prince mi parlavano e mi hanno parlato per anni, come lettere scritte a mano, spedite da un amico lontano che ha conosciuto la vita prima di me e che, prima di me, aveva capito che bisognava scegliere con cura non solo le parole ma le muse a cui ispirarsi e le persone a cui indirizzarle. Lettere scritte con l’inchiostro malinconico del frutto del genio umano, lettere che mi parlavano non solo di sesso e di amore ma anche di politica, attualità, questioni razziali, amicizia, emarginazione, semplicemente di vita nella sua intricata complessità, nel fulgore delle sue sfaccettature.

Adolescente poi uomo, donne, religione, spiritualità, eccesso, tutto, anche la perversione, ogni cosa era il grido di libertà di persone diverse, eclettiche, avide di esistenza e di esperienze. Persone fondamentalmente e strutturalmente sole ed io ero, mi sentivo e mi sento tra quelle, legato in una catena forgiata da ritmo tribale e giri di basso che affondavano le radici nelle profondità del blues.

Prince era solo, è sempre stato solo, perché il genio è quasi sempre solitudine. Ed in quella solitudine produceva, suonava, registrava, s’innamorava, viveva, di notte, fra cuscini ed alla luce di sensuali candele. E quella vita pulsava e sprizzava, come sangue da un’arteria appena recisa, come sperma in un orgasmo, da ogni nota, lavorata ancora ed ancora dalle fragili ma decise braccia dell’emozione, alla ricerca di uno stile nuovo e personale, che toccasse a tutto ma che si riassumeva nella purezza assoluta ed epidermica del FUNK.

Sono passati quasi 30 anni da quell’aprile ed oltre a tutti i dischi, ho collezionato, con pazienza certosina, molto più di un migliaio di registrazioni di concerti, video ed audio, che ho ancora difficoltà a catalogare, sono andato ad ogni suo spettacolo a cui ho potuto partecipare, da anni faccio parte di una specie di bislacco club ristretto di poco più di 300 pazzi sparsi su tutto il pianeta Terra, folli come me che collezionano ogni nota emersa dal suo spirito e poi dalle sue mani. L’attesa palpitante di un suo nuovo disco, anche dopo 30 anni, era un portale temporale che mi faceva riassaporare quelle emozioni di adolescente, partito da lontano eppure ancora qua.

Da ieri quell’attesa sarà vana, non potrò più aspettare un nuovo disco, una nuova tournée improvvisata, non potrò più interrogarmi su quale piega stia prendendo, negli abissi del suo animo, la sua musica e quale sarà il riverbero che avrà nel mio bagaglio umano, culturale e sonoro. Non tornero’ più adolescente, fottendomene dei capelli che cominciano a sbiancare.

Da ieri un pesante sipario color “purple” è calato sulla musica, sul genio umano, sulla mia anima stanca. Mi rimangono le centinaia delle sue composizioni da ascoltare e riascoltare ma che, ora, suoneranno con sullo sfondo un velo di tristezza.

Da ieri, sentiro’ terribilmente la sua mancanza perché era uno dei pochi, in un mondo incancrenito dalla banalità, che sapeva sempre sorprendermi.

Pero’, pur con la malinconia ed un groppo in gola, dentro di me continuo a sorridere a quell’alba di suoni e colori. Nella mia valigia musicale ed esistenziale rimarranno i ricordi di un viaggio lungo e meraviglioso, su un tappeto volante sul quale ho sorvolato mondi brillanti, popolati da note gioiose e vitali, nei quali ho visto e trovato me stesso e, da allora, mi sono giurato fedeltà e non mi perdo più.

We Can Funk.

Addio His Purple Highness, Maestro, Prince.

Tuo,
Alessandro

Linguaggi…

Chi mi sa parlare di musica, non ha bisogno di altro linguaggio.

Io, Alessandro Bruno

La mia musica…

Ieri ero triste di quelle tristezze improvvise, che vengono da lontano e ti assalgono con un coltello alla gola, come banditi ottocenteschi nei vicoli umidi del porto di Londra.

Poi un bip digitale mi annuncia l’arrivo di una mail, era il mio spacciatore di bootleg di Prince, un inglese più bislacco di me, di cui conquistai la fedeltà incondizionata quando gli passai, gratuitamente e senza fare troppe storie, una registrazione, all’epoca abbastanza rara, di una cassetta fatta distribuire da Prince in occasione di una sfilata di Versace, in una Paris Fashion Week, l’8 luglio del 1995.

Scorro la mail e nel suo file c’erano cinque registrazioni soundboard e qualche outtakes, una decina, che non avevo ancora mai ascoltato. Ottimo. Indosso le cuffie e lancio la musica, l’incantesimo che sorge dalle nebbie, la musica che mi accompagna, imprescindibile, sempre, ineluttabilmente, sotto pelle, nelle pulsazioni della giugulare, sotto le lenzuola e in auto, nel viaggio che, infinito, mi stravolge e definisce. La mia musica.

Ed in quel momento preciso, proprio quando cominciano le prime note, che la mia città segreta riprende vita, come emersa da carta di giornale bagnata di antica emozione, le finestre si illuminano e le strade si riempiono di personaggi impastati di canzoni e mie fantasie. La tristezza mi toglie il coltello dalla gola e mi bacia leggermente le labbra su cui ci passo la lingua.
E proprio mentre la musica gira, è proprio in quel momento preciso che comincio a ricordare chi sono.

Basta parlare…

 

E parlo, intrattengo, racconto, salgo su scena, quando l’unica cosa che davvero vorrei è ascoltare. Sorseggiando vino rosso e chiudendo gli occhi, avvolto da una voce che mi parla su una musica a basso volume.

Prince

La musica è una pellicola d’oro che ricopre la pelle, permeandola delicatamente, fino ad entrare, come un nutriente e primordiale liquido amniotico, nelle curve più recondite dell’animo che riesce ad intercettarla.
Io son cresciuto all’ombra delle ali di Springsteen, Led Zeppelin, The Cure, The Doors; da loro ho imparato la rabbia, la malinconia, l’esoterismo, hanno accarezzato la mia disperazione adolescenziale e dato note alla poesia.

Poi, un giorno di, guarda caso, Aprile, del 1987 per l’esattezza, vidi in TV un videoclip ipnotizzante, colorato, intensissimo, uno schiaffo di energica originalità sul viso della musica anni ’80. Scorreva sullo schermo, veloce, fra lampi di luce, il testo della canzone, sincopata e dalla potenza innovativa deflagrante.
Quella canzone era Sign’o’ the Times e l’interprete era Prince.

Con quell’album doppio, esplosivo come fuochi d’artificio di purissimo genio cristallino, comincio’ per me un nuovo viaggio in un universo dove le costellazioni avevano il profilo di un corpo di donna ed i sistemi solari si appoggiavano su lenzuola di seta. Testi espliciti, sesso, sudore, profumi aspri, percussioni, ritmo, elettricità, sulle corde di una chitarra e sui peli ritti delle braccia, schiene curve, sguardi maliziosi e labbra avide di baci, sapori nuovi e scoperte.

Comprai poco a poco tutti i dischi vecchi e poi i nuovi, subito, al mattino presto, appena apriva il mio negozio di fiducia. Li facevo suonare ancora ed ancora, riecheggiavano potenti nelle mie casse JBL, mentre il tempo passava ed io, crescendo, maturando, impaurito e ferito, eppure coraggioso anche se tremolante, procedevo parallelamente a quella musica. Imparavo e sperimentavo esitante sul mio corpo cio’ che ascoltavo. Imparavo ad amare le donne e la vita, la seduzione ed il ritmo lento, imparavo di nuovo a sorridere, anche delle mie debolezze che non mostravo a nessuno, come i miei sentimenti.

La musica ed i testi di Prince mi parlavano e mi hanno parlato per anni, come lettere scritte a mano, spedite da un amico lontano che ha conosciuto la vita prima di me e che, prima di me, aveva capito che bisognava scegliere con cura non solo le parole ma le muse a cui ispirarsi e le persone a cui indirizzarle. Lettere scritte con l’inchiostro malinconico del frutto del genio umano, lettere che mi parlavano non solo di sesso e di amore ma anche di politica, attualità, questioni razziali, amicizia, emarginazione, semplicemente di vita nella sua intricata complessità, nel fulgore delle sue sfaccettature.

Adolescente poi uomo, donne, religione, spiritualità, eccesso, tutto, anche la perversione, ogni cosa era il grido di libertà di persone diverse, eclettiche, avide di esistenza e di esperienze. Persone fondamentalmente e strutturalmente sole ed io ero, mi sentivo e mi sento tra quelle, legato in una catena forgiata da ritmo tribale e giri di basso che affondavano le radici nelle profondità del blues.

Prince era solo, è sempre stato solo, perché il genio è quasi sempre solitudine. Ed in quella solitudine produceva, suonava, registrava, s’innamorava, viveva, di notte, fra cuscini ed alla luce di sensuali candele. E quella vita pulsava e sprizzava, come sangue da un’arteria appena recisa, come sperma in un orgasmo, da ogni nota, lavorata ancora ed ancora dalle fragili ma decise braccia dell’emozione, alla ricerca di uno stile nuovo e personale, che toccasse a tutto ma che si riassumeva nella purezza assoluta ed epidermica del FUNK.

Sono passati quasi 30 anni da quell’aprile ed oltre a tutti i dischi, ho collezionato, con pazienza certosina, molto più di un migliaio di registrazioni di concerti, video ed audio, che ho ancora difficoltà a catalogare, sono andato ad ogni suo spettacolo a cui ho potuto partecipare, da anni faccio parte di una specie di bislacco club ristretto di poco più di 300 pazzi sparsi su tutto il pianeta Terra, folli come me che collezionano ogni nota emersa dal suo spirito e poi dalle sue mani. L’attesa palpitante di un suo nuovo disco, anche dopo 30 anni, era un portale temporale che mi faceva riassaporare quelle emozioni di adolescente, partito da lontano eppure ancora qua.

Da ieri quell’attesa sarà vana, non potrò più aspettare un nuovo disco, una nuova tournée improvvisata, non potrò più interrogarmi su quale piega stia prendendo, negli abissi del suo animo, la sua musica e quale sarà il riverbero che avrà nel mio bagaglio umano, culturale e sonoro. Non tornero’ più adolescente, fottendomene dei capelli che cominciano a sbiancare.

Da ieri un pesante sipario color “purple” è calato sulla musica, sul genio umano, sulla mia anima stanca. Mi rimangono le centinaia delle sue composizioni da ascoltare e riascoltare ma che, ora, suoneranno con sullo sfondo un velo di tristezza.

Da ieri, sentiro’ terribilmente la sua mancanza perché era uno dei pochi, in un mondo incancrenito dalla banalità, che sapeva sempre sorprendermi.

Pero’, pur con la malinconia ed un groppo in gola, dentro di me continuo a sorridere a quell’alba di suoni e colori. Nella mia valigia musicale ed esistenziale rimarranno i ricordi di un viaggio lungo e meraviglioso, su un tappeto volante sul quale ho sorvolato mondi brillanti, popolati da note gioiose e vitali, nei quali ho visto e trovato me stesso e, da allora, mi sono giurato fedeltà e non mi perdo più.

We Can Funk.

Addio His Purple Highness, Maestro, Prince.

Tuo,
Alessandro

Il silenzio…

Amo il silenzio perché mi rivela la musica dei miei pensieri.

Io, Alessandro Bruno