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La luna e i falo’ – Cesare Pavese

Pasolini diceva di Cesare Pavese che era uno scrittore ordinario. Da questo traiamo, tutti, una lezione confortante: anche Pasolini poteva dire cazzate sesquipedali.

Pavese, da poeta, non è un romanziere, eppure riesce a costruire romanzi come poesie e “la luna e i falo'” rientra ai miei occhi in questa categoria.

E’ un romanzo lento e malinconico, come tutti i ritorni degli emigranti, che non hanno trovato cio’ che cercavano e che hanno perduto cio’ che li legava alla propria terra, se non un amore semplice, puro e vergine, come l’ignoranza.

Pavese disegna paesaggi, con colori pastello, non con la violenza e la brillantezza di acrilici, i suoi personaggi sono definiti dai contorni tirati con la sanguigna dell’artigiano, non con la pennellata furibonda del genio o con quella precisa, giottesca, dell’esteta.

I dialoghi, la zoppia dell’adolescenziale e sempliciotto Cinto, alter ego trasposto del protagonista disincantato, tutto converge verso la presa di coscienza che cio’ che era non c’è davvero più, che gli ideali e le speranze che hanno nutrito i cuori di una generazione, sono svaniti, bruciati, arsi, come in un falo’.

Dalla luna ed i falo’ propiziatori, di speranza di prosperità, di gioia giovanile e danza di fame e coraggio, si arriva alla luna che nasce dopo il tramonto, al falo’ di roghi, terribili e disumani, nel quale si brucia la bellezza.

Cesare Pavese spreme dalle parole il succo della malinconia. In ogni sua opera.
Per questo va letto, sempre. Tutto.
Bevuto, come un calice amaro.

Norwegian Wood – Haruki Murakami

La mia ammirazione per Murakami è nota e resto un suo fedelissimo discepolo, avevo conservato questo libro, tanto osannato da molti come suo miglior romanzo, per leggerlo con calma, un po’ come quando conservi gli ultimi cioccolatini per quando ti viene la voglia di zuccheri, durante la dieta post natalizia. Ecco. Cosi’.

La storia è quella di Watanabe che ricorda l’epoca dei suoi vent’anni, dei suoi amici, la scoperta dell’amore, del sesso e della morte. Midori, Naoko, Kizuki e Reiko si alternano nella sua memoria di ragazzo ordinario. Elementi autobiografici sembrano evidenti, Murakami indulge nel cullarsi in tali ricordi, a mio parere un po’ troppo. Amo molto il suo stile, tutto giapponese, da cerimonia del tè, dove il tempo si dilata, non è più contato con i parametri occidentali di frenesia e sintesi, pero’ lungo tutto il libro mi sono spesso chiesto quanto, questo dilungarsi, fosse letteratura e quanto fosse invece pura masturbazione mentale da diario personale più che da romanzo.

C’è tutto, troppo, in queste quasi 500 pagine. Tumori, malati terminali, adolescenti suicidi, sesso “alla giapponese”, con la loro fissazione per gli slip delle ragazze molto giovani, sesso tout-court, innamoramento, incomprensione, musica, omosessualità, lesbiche di 13 anni che seducono donne più mature, sposate e con figli, rivoluzioni studentesche, politica, rapporti difficili genitori-figli.

Troppo, decisamente troppo perché questo romanzo possa piacermi, a meno che ogni argomento fosse stato affrontato in modo da comprenderne davvero le sfaccettature più recondite. Invece no, è un volo d’aquilone, un avanzare rapido di una videocassetta, Watanabe è un distratto passeggero del treno, vive le cose passivamente, non sembra mai toccato da esse (come spesso capita nei personaggi di Murakami, cosa tra l’altro che amo molto, perché continuo a ritenere l’estraneità alla propria realtà uno dei temi trainanti dell’epoca contemporanea).

Assistiamo quindi al lungo, fino alla noia, viaggio, tormentato ma non troppo, di Watanabe attraverso le più grandi tragedie della vita, lui non si modifica profondamente, si dispera un po’, parte in viaggio, pero’ alla fine resta solo uno qualunque, un po’ banale, su cui aleggia il dubbio che non abbia davvero capito cosa accada intorno a lui. Uno perso, come tutti noi, d’accordo, ma davvero troppo.

In conclusione, da amante di Murakami, allo stato attuale, a meno di non voler essere un radical chic a tutti i costi, questo mi sembra il suo peggior libro, quello che lo definisce meno, privo di quella genialità onirica che spande la magia letteraria dell’autore giapponese che tanti di noi ha fatto innamorare.

Non Lasciarmi – Kazuo Ishiguro

Le logiche di assegnazione del Premio Nobel sono spesso, ai miei occhi, incomprensibili, per cercare di perforare questo mistero, non posso fare a meno di leggere le opere di coloro che lo ricevono per la letteratura.

Nella maggior parte dei casi, una volta chiuso il libro, continuo a non capire, stavolta è diverso.

Ishiguro è arrivato in Gran Bretagna a 6 anni, dicono sia britannico, pero’ lo stile, paziente, dettagliato, visionario e scollato, con sapienza, dalla realtà mi sembra totalmente giapponese.

Il libro narra la storia di Kath e di due suoi amici, Tom e Ruth, sin da quando son bambini, la loro vita in uno strano college, Hailsham, e si chiude quando i tre arrivano, in età adulta a “fine ciclo”.

Non capiamo subito di cosa si tratta, la narrazione si svela lentamente, come un quadro del quale intercettiamo i segreti poco a poco, e d’improvviso, quando, fra un po’ di noia e di abitudine, ci rendiamo conto di essere in qualche modo affezionati a questi piccoli bimbi ordinari e, tutto sommato, banali, scopriamo che non sono altro che dei cloni umani.

Il romanzo è sottile, come una puntura che rilascia il medicinale in modo prolungato, ne siamo avviluppati col tempo, solo quando accettiamo che “la cerimonia del tè” letterario che Ishiguro ha apparecchiato per noi, va gustata con studiata lentezza, senza la fretta, vorace ed onnivora, che la contemporaneità ci impone ed insegna.

E’ un romanzo che mi ha molto toccato, che è venuto a scavare dentro di me, con una paletta da spiaggia, che mi ha costretto a provare emozioni, quasi tutte malinconiche e tristi ma immerse nella glassa, dolce e umana, della tenerezza.

E’ un libro profondo, studiato, preciso e talvolta freddo, eppure sa sprigionare riflessione, calore ed una visione potente ed angosciante di un futuro non troppo impossibile.

Io sono un appassionato di scrittori giapponesi, riescono a traspormi in universi ucronici, dove tutto è possibile ed Ishiguro non fa eccezione. Ora mi sono procurato un altro suo romanzo: Quel che resta del giorno, la sua opera più “britannica”, sono curioso di vedere come le due culture, forti e nazionaliste, possano coesistere in un unico artista.

Non Lasciarmi, non è solo un titolo, è una richiesta e, al tempo stesso, una promessa. Bellissimo.

Wool – Hugh Howey

Wool è il primo libro della, cosiddetta, “Trilogia del Silo” scritta da Howey, inizialmente su internet, quasi per gioco, poi, visto il numero crescente ed inaspettato di lettori, in modo più strutturato ed è diventato un best seller mondiale, fra i romanzi distopici. Ora  addirittura Ridley Scott sta lavorando ad un suo adattamento al cinema.

L’idea di base è che l’umanità è chiusa in un enorme Silo, diviso per livelli, dove nei piani alti si trova l’amministrazione, il Sindaco, lo Sceriffo, gli Informatici e, in quelli bassi, i meccanici. Il Silo non dispone di tanto spazio, quindi le nascite sono controllate, esattamente come la vita di ogni singolo abitante.

Ribellarsi è impossibile, la pena è “la pulizia”, cioè essere mandati fuori, a pulire i vetri da cui si puo’ ammirare l’alba ed il tramonto ma, soprattutto, a morire, perché l’aria è irrespirabile, troppo calda e la tuta, ad un certo punto, fonde, lascia passare gli elementi che porteranno alla, lenta e dolorosa, fine del condannato.

Il libro inizia con un primo mistero, sulla morte della moglie dello Sceriffo che sembra aver scoperto una verità, scomoda, sul Silo e sui suoi governanti, l’indagine dell’inconsolabile guardiano della legge si spinge troppo oltre e cosi’… Mi fermo qua per non rivelare dettagli croccanti e gustosi ad un eventuale lettore.

A me piacciono i romanzi distopici, trovo che non siano mai, dopotutto, lontani davvero dalla realtà che viviamo; li reputo, generalmente, delle visioni illuminate di quanto potrebbe accadere se la guardia, dell’umanità, nel senso più intimo, si abbassa.

Wool resta un’idea brillante, il Silo è claustrofobico, con le sue scale metalliche, da sottomarino, ed i suoi piani, fatti di cellette e compartimenti stagni. E’ una bella metafora, non solo della divisione fra classi sociali ma anche fra uomini che, raggruppati in comunità più o meno omogenee, diffidano delle altre comunità che vivono vite diverse, per ritmi, tempi, abitudini e, spesso, valori.

Potrebbero e, del resto, sono temi ricorrenti, poco originali, ma trovo che Howey li rielabora con una nuova freschezza, con sapienza fa concatenare gli eventi ed i colpi di scena, affinché la storia si svolga con una certa scioltezza e fluidità, sotto questo punto di vista ho molto apprezzato il romanzo.

Cio’ che, invece, non mi è piaciuto, è una sorta di calo di ritmo o di gestione della tensione, alta fino allo stremo, per troppo tempo. Insomma, come nei film, se il protagonista è in grave pericolo, ci aspettiamo che si salvi, perché altrimenti, a meno di clamorose svolte della trama, finirebbe il film. Far durare, dunque, pagine e pagine il suo combattimento per la sopravvivenza per poi, sopravvivere, appunto, ci lascia più delusi che se morisse.

No, non siamo sadici, è solo che la riflessione, lo spunto intellettuale, nasce solo dall’inatteso, se anticipiamo il corso degli eventi, non ci concentriamo abbastanza, abbiamo una sensazione di déjà vu che ci fa staccare dall’empatia che abbiamo col libro che abbiamo in mano. Wool è un tomo bello grande, di più di 500 pagine, non trovo ci fosse la necessità di dilungarsi oltremodo in descrizioni che il lettore, talvolta, incredibilmente, non stupido, puo’ cogliere in pochi colpi di pennello.

In conclusione: ora che ho lasciato sedimentare in me il libro, avendolo finito da due settimane, il disappunto per aver arrancato in alcune sezioni, ha lasciato lo spazio alla curiosità di vedere se l’autore riesce a valorizzare un’idea ed una trama di certo interesse e valore. Vorrei capire se, oltre all’azione, ammiccante all’universo hollywoodiano ed ai soldi che puo’ generare, c’è un messaggio più profondo, più umano, più universale, che possiamo far nostro, per evitare di rinchiuderci in un Silo e continuare a riflettere.

Il Signore della Magia – Raymond E. Feist

Questo libro, un classico del genere fantasy, parla di un orfano, Pug, che diventa l’apprendista di un Mago. All’inizio, come molti personaggi del genere, Pug è imbranato, non capisce come si evocano le più banali magie, si perde in un bicchier d’acqua, dopotutto sognava di diventare soldato, non certo mago.

D’improvviso, giocando col suo miglior amico, trova sulla spiaggia uno strano vascello e dei soldati morti, in quello che ha l’aria di essere un naufragio. In realtà hanno scoperto i primi movimenti di un’invasione terribile che sta per attuarsi da parte di soldati di un altro mondo che, grazie ad un portale temporale aperto e tenuto ben spalancato dal lavoro di potentissimi maghi, stanno per attraversare e prendere possesso, grazie al loro imponente numero, del mondo nel quale il giovane Pug vive.

Non rivelo niente di cruciale dicendo che Pug finirà in questo mondo “altro” e la sua vita cambierà. Radicalmente, cosi’ come il suo rapporto alla magia.

Ho aspettato molto prima di recensire questo tomo di più di 1200 pagine che ho portato a conclusione non senza fatica. In realtà, dopo aver letto questo libro son giunto alla conclusione che sono un pessimo lettore ed un ancor peggiore critico di libri fantasy per la, pura e semplice, ragione che ho difficoltà ad entrare in questi universi. Insomma, all’inizio mi incuriosisco, cerco di compenetrarmi nella vita dei personaggi, provo ad annusare il profumo medievale che trasuda dai muri dei castelli e delle vecchie case del villaggio, lascio che la mia fantasia corra sui duelli in punta di spada, immagino il potere di questi maghi, pero’ se l’autore non riesce ad imporre un ritmo serrato, descrizioni poderose o un intrigo fitto, mi ritrovo a pensare che tutto sia molto cliché, scontato, facilmente prevedibile, banale.

Forse son stato “corrotto” da Tolkien, non riesco a staccarmi dall’impostazione che questo grande maestro ha infuso in tutto il genere, la sua impronta è talmente profonda che, ai miei occhi, rimane parametro, probabilmente, inarrivabile, fatto sta che ho terminato questo libro con un senso di sacrificio, di pesantezza; ero già convinto di sapere come sarebbe evoluta la storia e sono stato sorpreso dall’autore, ahimé, ben poche volte.

In conclusione: per me la saga finisce qua. Ciao Pug, in bocca al lupo per tutto, ma ciao.

Gestapo – Sven Hassel

Da amante di storia e romanzi militari avevo una lacuna che ho colmato troppo tardi: Sven Hassel.

Per chi non lo conoscesse, Sven Hassel è lo pseudonimo di Willy Arberg, un danese dalla vita rocambolesca che si è arruolato nella Wermacht e per la quale ha combattuto, su tutti i fronti, in un battaglione di disciplina nel quale viene inserito dopo aver disertato. Già questa vita me lo fa ammirare smodatamente ma dopo averlo letto diventa un parametro letterario del genere.

Ho cominciato dal romanzo “Gestapo” per caso, è il primo titolo che mi è capitato sottomano. Si racconta la storia di, guarda caso, un battaglione di disciplina alle prese con la mano feroce, cieca, stupida e implacabile della Gestapo. Gli episodi si succedono in rapida sequenza, si entra subito nel gruppo di questa brigata di sbandati, come se li si spiasse da dietro un masso, fra esplosioni di granate, peti rumorosi, parolacce e cinismo.

Hassel ci fa vivere la cruda realtà della guerra, in ogni aspetto, compreso quello buono, quello cameratesco che rievoca dannatamente “Niente di nuovo sul fronte occidentale” di Remarque (che all’improvviso ho voglia di rileggere e, magari, recensire).

Il modo di scrivere di Hassel è schietto, senza filtri, brutale, come la realtà che racconta, è da pelle d’oca e getta uno sguardo illuminante anche sul fascino che l’esercito tedesco poteva e, puo’ ancora, esercitare. C’è poco da salvare in quegli avvenimenti, c’è poco da restare ammaliati dalla stolida obbedienza prona di burocrati e passacarte che son pronti a sgozzare il prossimo ed a sgozzarsi fra di loro pur di salvarsi la pelle o di guadagnare una razione di cibo in più. Non c’è rispetto, c’è solo paura, furbizia, sotterfugio, crudeltà. E’ un’epoca di animali, di bestie feroci che scannano e si scannano, si denunciano, si odiano, resta solo la solidarietà fra disperati di uno stesso battaglione, perché si mangia, si caca e si muore insieme, si ha paura insieme, ci si mette una sigaretta in bocca per fermare le lacrime, ci si racconta la verità, perché coi sogni si muore subito.
Ci son pallottole e granate intorno, bisogna far attenzione alla mitragliatrice che sputa fuoco, ai russi, ai francesi, ai tommies ed ai tedeschi stessi, alla Gestapo che tutto controlla, che tutto vuole sapere, che convoglia la vanità di piccoli individui che, un tempo, forse erano comunisti ma che sono saliti sul treno in corsa per diventare dignitari del partito che un tempo odiavano.

Ho finito il romanzo senza fiato, col cuore in gola, con la voglia di studiare ancora una volta tutta la storia della seconda guerra mondiale, di leggere ancora Hassel e vivere in trincea con lui, con loro, per sentire il puzzo di polvere da sparo e morte e non dimenticare quello che uomini, un tempo eroi, hanno vissuto, sopportato, pur senza condividere, ma solo per sopravvivere perché, tutto cio’ che resta dell’uomo in guerra, è solo istinto di sopravvivenza e qualche altro brandello di umanità, prima che tutto venga spazzato via, dall’artiglieria o da un aguzzino in un carcere, condannato dai tuoi stessi compatrioti perché a vincere è solo l’ossessione, la follia, il sadismo.

Sven Hassel è un maestro del genere, mi sono inchinato a lui più volte durante la lettura e gli ho reso omaggio definitivo iniziando la sera stessa un secondo romanzo. E continuero’, fino a leggerli tutti, perché lui mi ha fatto un regalo: mi ha portato in trincea con lui, ad avere paura.

Educazione Siberiana – Nicolai Lilin

Educazione Siberiana è un romanzo, secondo alcuni una testimonianza, secondo altri una mistificazione della realtà, sulla vita della comunità criminale siberiana in Transnistria, regione della Moldavia.

Lilin illustra come si nasce, si cresce e si viene educati in una comunità cosi’ compatta e regolata da norme comportamentali molto codificate, vincolanti, rigide ma talmente chiare da rendere la vita fluida, persino godibile, fra una rissa e una “picca”, un coltello tradizionale regalato da un criminale più anziano.

Seguiamo la vita di Nicolai, che si chiama come l’autore che forse parla di sé stesso, o forse no, ma che importa? E’ un romanzo non un’autobiografia. Le sue amicizie da ragazzino, il rapporto con vecchi, nonni, zii, genitori, donne forti e uomini con codici d’onore diversi da quelli sociali, dove lo Stato, e la polizia in quanto espressione armata di questo, sono un antagonista, un interlocutore non frequentabile e non credibile. E’ la rivendicazione di una vita nata prima di una qualunque forma di organizzazione sociale, è l’esaltazione di un modo di vivere tribale, dove per tribale c’è il senso primordiale e non solo selvaggio del vivere comune.

Le pagine scorrono veloci con gli episodi di esistenza e violenza quotidiana, di squallore di certi quartieri dove la vita conta meno di una pallottola, dove la gerarchizzazione umana segue parametri regionali, culturali, criminali e non quelli di una società dove si cercano di appianare le differenze e di evitare di inasprirle. Il messaggio che passa è che una volta impostati in una corrente culturale non si puo’ (e, per lo più, non si vuole) uscire da questa perimetro. E’ poi cosi’ falso? Mi sono chiesto più volte durante la lettura. Soprattutto in un contesto attuale dove si parla tanto di integrazione, di vivere insieme, di punti di contatto culturali, si puo’ davvero uscire dalla propria radice culturale nella quale si è cresciuti, per adottare quella di un qualcosa che viene avvertito come estraneo? Io sono un italiano in Francia e, di francese, ho molto poco, ho imparato molto poco e non mi sono staccato dalla mia impostazione mentale e culturale; certo vivo in pace, cerco di piantare meno grane possibili, ma non ho, né razionalmente, né emotivamente, voglia di tagliare il cordone intellettuale ed emotivo nel quale affonda la mia cultura italiana. Ci puo’ riuscire un Africano che arriva in Europa o un Siberiano che cresce in una regione non sua, regione, tra l’altro, dominata dalla Russia e dai Russi? Ecco, secondo Lilin no, non si esce, ci si adatta, ci si ribella coi propri mezzi, si sopravvivere aggrappati alla propria identità.
Non si è necessariamente sovversivi, non si vuole ribaltare l’ordine costituito, si cerca solo di esistere conservando le proprie abitudini, per quanto queste possano risultare malsane o pericolose. La vita è cosi’, pericolosa e ineluttabile, lo sanno tutti, anziani e giovani, più che un modo di vivere è una filosofia.

E’ un romanzo che ho amato, che mi ha toccato, a volte commosso, inorridito, fatto riflettere nella sua freddezza come neve e, al tempo stesso, bruciante come una coltellata ricevuta. Rispetto ad un romanzo di Saviano (il paragone viene naturale, visto l’oggetto dell’indagare) forse, anzi sicuramente, c’è più compiacimento, meno condanna sociale, pero’, sempre tenendo chiaro in mente che si tratta di romanzo e non di documento storico/sociale, è uno spaccato di impatto su una realtà che mi era sconosciuta, una realtà che sparge sale sulla ferita aperta della contemporaneità e sul dogma totale dell’integrazione ad un magma culturale confuso ed indefinito.

I siberiani no, sono definiti, da generazioni si tramandano uno stile, dei messaggi, malavitosi e non, anche umani. In un certo senso anche gli italiani allora sono siberiani, ma, mi chiedo, è poi davvero cosi’ male amare le proprie radici, dove le regole del gioco sono dure ma chiare, e non volerle diluire in un brodo primordiale che, se vogliamo, altro non è che miscuglio selvaggio ed oppressione di una cultura precedente?

Io non lo so e ci continuo a riflettere, intanto ammiro molto chi ha tante certezze, anche su questo argomento, mi fa un po’ ridere ma lo ammiro.

Bravo Lilin, leggero’ gli altri romanzi.

Il Confessore – Jo Nesbo

Il Confessore è un tossicodipendente, dai capelli lunghi, come un profeta, uno di quelli che ti ispira fiducia e che puo’ dare un’assoluzione, di quelle umane, che non passano attraverso la religione ma nell’elettricità, calda e balsamica, di una comprensione profonda. Fanno la fila, i carcerati, per andare a confessarsi dal Confessore. E’ buono, mite, vende la propria falsa testimonianza in cambio di dosi di droga da consumare in galera, mentre marcisce al posto di altri, espiando colpe non sue perché, da bambino, scopri’ che il suo mito, suo padre, era un poliziotto corrotto. E tutto fini’ in frantumi, l’autodistruzione prese il sopravvento sul volerlo imitare, la droga, l’oblio, la prigione.

Poi una rivelazione, qualcuno gli confessa cio’ che, forse, avrebbero dovuto confessargli prima, cioè che era tutta una montatura che suo padre era innocente. Mai assoluzione fu più salvifica. Il Confessore evade, è lucido, ha un piano, per vendicare tutti questi delitti, questi anni di sofferenza, i mandanti di quell’omicidio di quella che era la sua vita. A dargli la caccia un vecchio collega di suo padre, qualcuno prossimo alla pensione, con la moglie che sta per diventare cieca perché non ha i soldi per farla operare, qualcuno di integerrimo.

E’ una corsa ad anticipare le mosse dell’altro, fra la ferocia dei rispettivi ruoli di assassino e di poliziotto e la benevolenza di chi ha conosciuto l’altro in un’epoca remota, quando tutto questo era impensabile, quando un bambino con il futuro ancora dipinto di rosa, incontra un collega di papà, quello buono.

Il romanzo procede con un ritmo giusto, non troppo frenetico, non troppo farcito di colpi di scena, con un velo di misurato romanticismo. E’ un piacere leggere le pagine di Nesbo in questo thriller che si legge come se non ne fosse uno, con la curiosità di scoprire l’evoluzione ma senza quella morbosità del compiacimento nel dedalo perverso della mentalità dell’assassino. E’ tutto lineare, logico, molto umano, troppo. E siamo tutti deboli, guardie e ladri.

E’ il primo romanzo di Nesbo che ho letto e non sarà l’ultimo, se il livello rimane su questi standard, capisco che il giallo in salsa scandinava sia salito alla ribalta negli ultimi anni, c’è la freddezza delle loro foreste ed il calore dell’intelligenza acuminata, come un coltello letale. Bellissimo.

L’uomo che sorrideva – Henning Mankell

Avevo in linea di mira Mankell da un po’ di tempo, a seguito della sua morte, nel 2015, si era fatto un gran parlare di questo scrittore svedese noto soprattutto, ma non solo, per i suoi libri gialli. In libreria avevo sfogliato più di una volta i suoi libri ma lo avevo sempre relegato in fondo alla mia, ahimè lunga, lista di opere da leggere. Questa estate in cui ho potuto dar sfogo a tutta la mia bulimia di lettore, mi è capitato fra le mani questo romanzo, per l’esattezza il quarto della saga dell’ispettore Wallander, e non ho potuto esimermi dal leggerlo.

L’ispettore Wallander è il classico ispettore letterario, poca vita privata, molto disordinata ed approssimativa, tanto lavoro. Il classico loser a cui ci si affeziona, non è l’ispettore d’assalto arrogante, che sa tutto, è quello intelligente che snida il dettaglio, che ricongiunge i fili di una trama complessa.

In questo romanzo deve ricostruire e risalire al mandante dell’omicidio di un innocuo avvocato di provincia ed, in un secondo momento, di suo figlio, amico di Wallander che, poco prima di essere ucciso, era passato a pregare l’ispettore di aiutarlo nel far luce sul delitto di suo padre.

Una cosa che colpisce nello stile di Mankell è il taglio più letterario che tecnico. Le sue descrizioni son rapide pennellate e la struttura del romanzo è molto più ampia del semplice caso poliziesco, sfiora con leggerezza problematiche sociali e propone al lettore le connessioni che portano una società, nello specifico molto patinata come quella svedese, a fare più attenzione ad una certa categoria di persone piuttosto che ad un’altra. I colpi di scena polizieschi, quei sotterfugi da scrittore che sono spesso godibili ma che, talvolta, risuonano falsi, sono ridotti al minimo, c’è molta più psicologia e ricostruzione logica che irruzioni, perquisizioni e/o colpi di genio. La trama logica della ricostruzione dei fatti non è fitta, appassionante ed affascinante come quella di un’Agata Christie ma Mankell gioca con maestria sulla qualità e sulla profondità dell’intessuto del romanzo.

La lettura è veloce ed appassionante, non ci sono facili esche alla fine di ogni capitolo perché rimaniamo attaccati ad esso eppure si ha voglia di andare avanti, capire, accompagnare Wallander nella ricerca della verità.

Poliziesco davvero piacevole, Mankell sarà l’ennesima bella scoperta di un’estate ricca di letture positive. A storcere il naso, dopotutto, siamo bravi tutti, la difficoltà è accettare di scovare pepite. Mankell, nel suo genere e col suo stile, ne è una.

La ragazza di carta – Guillaume Musso

Musso è un fenomeno letterario da anni ormai, spesso in testa delle classifiche di vendita, almeno in Francia e, proprio per questo, ho avuto tendenza a snobbarlo, con sdegno da intellettuale che si voleva superiore alle bassezze letterarie popolari. Era, pero’, una lacuna che volevo colmare, mi interessa sempre capire sia la genesi che la permanenza nel gradimento pubblico di un certo tipo di letteratura, anche se questa non corrisponde, almeno in linea teorica, ai miei gusti.

Ho cominciato da questo libro perché mi interessava la sinossi: una ragazza che si materializza da un libro di uno scrittore in pieno blocco.

L’inizio è patinato, sembra guardare alla tv un episodio di una di quelle telenovele USA, dove tutto luccica troppo, tutti sono troppo belli, tutti sono troppo stupidi. Mi faccio forza e vado avanti, la scrittura è semplice, le pagine scorrono. Resto aggrappato al testo più per la velocità di lettura che per un reale interesse, la storia pero’ è ben congegnata, il protagonista si trova davanti la materializzazione, in carne ed ossa, di una sua creazione letteraria. Dubbi, incredulità, fuga di fronte alla realtà, amicizia in bilico e drammi finanziari, incertezza di fronte ad un amore troppo importante perché finisca. C’è tutto, troppo, eppure leggo. Tanti avvenimenti, colpi di scena, rincorse, una caccia al tesoro si snoda capitolo dopo capitolo che scivola via, come acqua fresca nella calura estiva.

Il romanzo ha un non so che di artificiale, di troppo chirurgico, sembra una ricetta magica che una volta trovata ti tira fuori la Coca-Cola e diventi ricco. Ci sono i buoni sentimenti, la speranza in un futuro migliore, insomma tutti gli ingredienti del libro di massa sono presenti. Pero’, mi sono chiesto: è questo in sé un demerito? Se Guillaume Musso si diverte a scrivere questi libri e le persone amano leggerlo, è davvero una cattiva cosa? Insomma siamo in un epoca dove sui social, masse di imbecilli si sentono fini intellettuali, dove si leggono notizie ed articolo velocemente e distrattamente, se Musso riesce ad inchiodare i suoi lettori alle pagine di un libro, è davvero un problema per la produzione letteraria mondiale?

La risposta che mi sono dato è: no. Guillaume Musso, pur riproducendo come autore, in un certo senso, il cammino tracciato da Coelho, con dei libri di facile lettura, intrisi di crema chantilly ma ben strutturati, con un messaggio soggiacente positivo, merita rispetto perché propone messaggi semplici ma sinceri. C’è gente che legge le 50 sfumature di grigio per sognare una vita sessuale, proprio non me la sento di condannare chi scrive e legge per sognare una vita migliore. Anzi, diro’ di più, dandogli tutto il peso che merita ma ne leggero’ altri di Guillaume Musso.
Alla faccia di chi deve sempre rompere i coglioni.