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I’m Ozzy – Ozzy Osbourne

Mi piace sempre molto leggere biografie e autobiografie, mi interessa capire quali siano le chiavi che hanno portato al successo, in qualunque campo, dei personaggi storici o attuali. Ho sempre pensato che il successo duraturo non sia mai casuale, bacia persone con delle qualità e con la perseveranza necessaria per resistere ad ogni avversità che, inevitabilmente, si frappone durante il cammino su un sentiero tortuoso e complicato.
Il fatto che io sia un ascoltatore accanito dei Black Sabbath ha certamente aiutato la mia curiosità ma sono sempre stato intrigato da questo personaggio che è rimasto sulla cresta dell’onda musicale per quaranta anni, in gruppo e come solista e che ha, addirittura, creato un festival, chiamato OzzFest, per tutti i gruppi o musicisti ritenuti “dinosauri” ed esclusi da un’industria musicale più propensa al rapido cambiamento a fini commerciali, che ad una produzione sempre qualitativamente alta.
Con mia grande sorpresa mi son trovato davanti a circa 350 pagine di puro divertimento, come se Ozzy fosse seduto in salotto di casa a raccontarmi gli aneddoti di una vita, si straordinaria ma, tutto sommato, semplice di un ragazzo cosciente delle proprie debolezze, fragile caratterialmente ma pronto a creare ed a cogliere le, pur poche, opportunità che la vita gli proponeva.
Il tono è sempre leggero, divertente e divertito, quasi come se fosse Ozzy stesso, per primo, a non capacitarsi di tutte le cose che gli sono accadute e vissute, c’è una disarmante sincerità nel confessare le proprie debolezze, soprattutto nell’uso smodato di droghe ed alcool, la difficoltà nel rispettare i propri amori, la voglia di rilanciare su ogni piatto, indipendentemente dalla mano di carte distribuita dal croupier del casino esistenziale.
A causa dei suoi eccessi viene allontanato dai Black Sebbath ed è costretto ad iniziare una carriera solista, che lo porterà poi a diventare numero 1 in classifica in Inghilterra, cosa che neanche i “Padrini dell’Heavy Metal” riuscirono a fare. Ozzy si reinventa seguendo i cavalloni travolgenti della propria vita, talvolta cavalcandoli, talvolta restandone sommerso, pericolosamente, per provare ad uscirne, quasi sempre aiutato dalla mano amorevole della sua compagna.
Il ruolo determinate di una partner fattiva, devota, tosta e sempre fiduciosa nelle qualità del suo, pur debole, uomo, è una componente fondamentale di tutta questa vita che si snoda attraverso incontri e dure lotte, delusioni, quasi tutte legate al denaro, e nuove amicizie, morti tragiche e paure, spesso superate solo con l’aiuto di sostanze allucinogene. Le pagine scorrono veloci, Ozzy ci porta in un viaggio che oscilla fra Inghilterra ed USA, dove incontriamo personaggi famosi, rockstar scatenate e li guardiamo da dietro le quinte, li conosciamo meglio, anche nella loro semplice umanità.
Lo spaccato che emerge non è quello di un’autobiografia scritta solo per autocelebrarsi, uno specchio nel quale brillare a tutti i costi, anzi, è un atto quasi di contrizione, una confessione pubblica di un uomo nudo davanti alla verità di una vita che sembrerebbe più straordinaria del dovuto, eppure Ozzy Osbourne ha avuto ciò che meritava, per quanto ha portato al mondo della musica, anche con i suoi eccessi spericolati.
Sicuramente senza i riff di chitarra di Tony Iommi non sarebbero esistiti i Black Sabbath ma, altrettanto sicuramente, senza la personalità e la voce di Ozzy Osbourne i Black Sabbath non sarebbero diventati quell’icona del rock che sono ancora oggi. Rinascere e affermarsi anche come solista, poi, ha confermato delle qualità musicali fuori dall’ordinario.
E’ un libro che ho apprezzato molto, che mi ha lasciato sempre col sorriso, con una messa in guardia verso ogni debolezza umana che può portare a perderci, il confine è sempre sottile ed il successo ti porta spesso a camminare sopra quella linea, confusa, fra bene e male, dove ogni tanto metti un piede di qua ed uno di là, sperando che non si apra la botola del destino che ti ucciderà prima di aver compiuto totalmente il tuo percorso.
Ozzy Osbourne è una rockstar che ci spiega, con umiltà, che alla fin fine, siam tutti rockstar, se sappiamo seguire la traccia della nostra verità, difendere il proprio territorio umano, circordarsi di un amore vero.

La mia famiglia ed altri animali – Gerald Durrell

Non sapevo nulla di Gerald Durrel, vagavo nell’ignoranza più totale ed ho scelto di leggere questo libro attirato esclusivamente dal titolo (tradotto fedelmente dall’inglese) che ho, da subito, trovato straordinario.

E’ un romanzo autobiografico di un Durrell bambino che si trasferisce per un periodo a Corfù, con mamma e fratelli e nel quale ci illustra le vicende a dir poco singolari della sua famiglia e ci parla della propria passione per gli animali e la natura.

Durrell, ho scoperto, poi, informandomi su di lui, da adulto è diventato uno dei più illustri naturalisti e zoologi su scala mondiale ed, effettivamente, nel romanzo la sua passione, meticolosa, sincera, spontanea di bambino, per ogni più piccola creatura, traspare con precisione ed entusiasmo. La forza del romanzo, però, risiede nella vena ironica che lo percorre nella sua lunghezza, Durrell stesso ha uno sguardo divertito sull’assurdità delle situazioni in cui pone i propri fratelli, tutti un pò strambi a dire il vero, e la paziente madre, portando a casa, a vivere con loro, ogni tipo di bestiola, dagli scorpioni agli aironi, dai gufi a tartarughe. Il ritmo è condito dalla descrizione dei personaggi che incontrano sull’isola di Corfù, ne vien fuori, così, un ritratto a dir poco esilarante sulla governante assunta per pietà, sul factotum border line che risolve ogni loro problema, al suo insegnante di francese, all’ambasciatore belga e così via in un susseguirsi di gouaches dipinte con schizzi di acqua di mare, sole e profumo di erbe selvatiche.

Le descrizioni della sua nascente curiosità per il mondo animale, per il suo evolvere, per i suoi rituali è spesso appassionante anche per uno come me che, non solo non conosce molto della materia, ma che, come se non bastasse, non è un appassionato del comportamento delle mantidi e delle formiche. Ho letto con grande simpatia ed empatia, non solo per vedere l’evoluzione e la crescita di questo bislacco nucleo familiare inglese ma anche per assistere allo sviluppo di una passione di un bambino, capace di oltrepassare ogni ostacolo ed ogni giudizio portato su di lui dallo sguardo altrui, per andare fino in fondo ad una conoscenza che gli sembrava necessaria, come respirare.

La mia famiglia e altri animali è un romanzo che scorre via veloce, divertente, dove si ride e si sorride compiaciuti, dove ci si sente ignoranti e si impara, come spesso capita, dai bambini. Consigliatissimo.

Bar Sport di Stefano Benni

Questo libro, diventato quasi un cult, mi è stato consigliato a più riprese ma, per ragioni insondabili, non mi ero mai deciso a leggerlo, pur avendolo sotto mano. In un bisogno di leggerezza mi sono lanciato ed, effettivamente, sin dalle prime pagine, un certo buonumore si installa ed il tono canzonatorio ed il paradosso, tutto italiano e ben riconoscibile, di certe realtà si apre davanti a noi in tutti i suoi aspetti ilari.

Leggendolo mi son detto, a più riprese, che essere figli della cultura italica, con tutti i suoi eccessi, con i suoi personaggi capaci di costruire attorno a sé stessi, gente comune, un’aura di mitologia dà comunque delle soddisfazioni, lo leggevo compiaciuto di appartenere ad un popolo ancora capace di ridere di sé, di guardare alla propria banalità con lenti deformanti di un’eccezionalità dovuta, dopotutto, alla tolleranza compiacente di una società che ha sempre accettato, col sorriso, le diversità più bislacche.

Benni si ispira largamente ad un parametro assoluto della letteratura comica e paradossale italiana, che è Paolo Villaggio ed il suo (i suoi) inarrivabile libro su Fantozzi, coi quali mi sono ritrovato a ridere fragorosamente ancor più che coi film, ma riesce, comunque, ad affermare la propria personalità, la propria visione, il proprio buco dalla serratura, che ci presta per guardare la varia umanità che si avvicenda nel cono di luce.

Bar Sport è un libro che si legge velocemente, in un pomeriggio, perché è un caffè al bar, bevuto fra amici, per ridere degli altri e di sé stessi come, forse, solo gli italiani sanno fare. Speriamo ancora a lungo.

Epépé – Ferenc Karinthy

Ferenc Karinthy è uno scrittore ungherese, nato all’inizio del ‘900, che prima di esser scrittore nasce linguista e quale migliore autore per un linguista che si perde, in un paese del quale non capisce l’idioma e che non riesce più a ricostruire neanche una delle più banali connessioni che possano aiutarlo ad impostare le basi di una rudimentale comunicazione?

Epépé è la storia di Budai, appunto, un linguista, che si addormenta sul suo volo per Helsinki dove deve partecipare ad un congresso. Atterra in un Paese che pensa essere la Finlandia, arriva in hotel, si registra e si addormenta. L’indomani si renderà conto di essere da tutt’altra parte, ma dove?

Budai prova, così, a comunicare con il portiere d’albergo, con la lift che lo accompagna al piano in ascensore, con qualcuno per strada, con chiunque, per tentare di capire dove si trovi e come possa tornare indietro. Cercherà nella metropolitana, alla polizia, nelle piazze, nel solito ristorante, niente, impossibile di farsi capire o decifrare questa lingua bizzarra; fa schemi, cerca assonanze, riesce persino ad avere una relazione sessuale, puramente istintiva, senza neanche il minimo barlume di comprensione reciproca.

I soldi che si era portato dietro, pian piano, finiscono, Budai è solo. Ha studiato per anni lingue, ha vissuto per le lingue ma non gli serve a nulla, non riesce a parlare con nessuno, non riesce a farsi capire, si fa espellere, buttare fuori, fa il matto per attirare l’attenzione ma come farsi notare in un Paese di matti?

Epépé è un romanzo intrigante, che esplora le vie dell’assurdo in modo originale e come tutte le cose assurde e drammatiche è attraversato da venature di comico. E’ un romanzo sull’incomprensione, sull’inutilità della cultura quando è la comunicazione che crea quella linfa vitale alla sopravvivenza umana. Non poter parlare, essere isolati in mezzo ad una folla, metafora non troppo velata della realtà contemporanea, conduce ad un’alienazione irreversibile, ad un senso di perdita totale della propria essenza.

Il romanzo non è sempre scorrevole, a volte qualche ripetitività si introduce e interrompe il flusso di piacere, quello puro e magnetico dell’astrazione, che si prova nella lettura ma, chiusa l’ultima pagina, si resta con un senso di dispiacere nel lasciare Budai, col quale si è condiviso lo stesso senso di assurda solitudine.

E’ una piccola gemma, forse non un capolavoro assoluto ma un lavoro artigianale che merita rispetto ed attenzione, come i camei, incisi da popoli antichi, che vengono conservati nei musei e che solo pochi avventori attenti al richiamo dell’originalità, riescono ad apprezzarne il valore.

Il Caso Bellwether – Benjamin Wood

Il Caso Bellwether è il primo libro di Benjamin Wood, un giovane autore inglese, e, appena letta l’ultima riga, mi sono detto che non poteva esserci esordio migliore.

Eden Bellwether è un musicista sublime, virtuoso dell’organo dal quale riesce a sprigionare un’energia eterea, ultraterrena, che avviluppa ed attira a sé, in modo irreversibile ed inspiegabile. E’ proprio ascoltando la sua musica, che sfugge alle porte di una chiesa, che Oscar viene attratto verso di lui, che conosce così la bella e stravagante Iris, la sorella di Eden, ed incontrerà la loro ristretta cerchia di amicizie, un inquietante circolo di personaggi, tutti legati dal filo della musica e cuciti insieme da serate passate a discutere ed a sperimentare esperienze, nella lussuosa villa Bellwether.

Il tempo rivelerà che Eden ha un disturbo narcisistico della personalità, una personalità forte ed affascinante con la quale porta il suo gruppetto di accoliti in esperienze di ipnosi e congiunzione con forze che Eden pensa poter dominare, grazie al potere della musica ed alla sua comprensione del mondo, della vita.

Oscar entrerà in contatto con un famoso specialista dei disturbi della personalità, Herbert Crest, il quale è, però, morente, per colpa di un tumore aggressivo e maligno. Ed allora Eden deciderà di guarirlo, con il suo potere ma, soprattutto, con quello della musica.

Questo romanzo è scritto bene, dettagliato e scorrevole, le scene sono tutte curate, avviluppanti, siamo attraversati da dubbi, non sappiamo dov’è la verità di questa stramba storia. Wood riesce a farci simpatizzare con Oscar, estraneo totalmente a questo mondo di ricchezza decadente ed annoiata che invade territori appartenenti alle divinità, ma non ci porta a provare totale estraneità, facciamo parte della ristretta cerchia di amici di Eden che, loro malgrado, partecipano ad i suoi strani esperimenti che, talvolta, in quella furia di autocompiacimento, rasentano il sadismo.

Se proprio dovessi muovere un appunto all’autore, è quello di non aver compattato maggiormente la parte finale, probabilmente con un ritmo più incalzante, sarei rimasto più coinvolto nel rapido evolvere, tragico, degli eventi, ad un certo punto ho avvertito una forma di stanchezza rispetto a questo universo sconvolgente. Ma parliamo di un peccato veniale, assolutamente perdonabile. Benjamin Wood ci offre un piccolo bijoux che ci dice che anche autori giovani e sconociuti, con tanta voglia di scrivere e creare, di parlare del mondo contemporaneo e di ciò che vedono, possono produrre opere letterarie di assoluta qualità. Questo libro mi ha angosciato, mi ha incollato addosso un’ansia sgradevole, mi ha avvolto in un sudario freddo da cui son uscito con sollievo.

Ora, però, Benjamin, regalami un nuovo libro e sconvolgimi ancora.

Bacio Feroce – Roberto Saviano

Bacio Feroce è il secondo capitolo della storia iniziata con La Paranza dei Bambini. Stessi personaggi, stesso contesto, stessa parabola evolutiva, o involutiva, se giudicata dal punto di vista della società civile, di questi bambini cresciuti troppo in fretta in un ambito che prona la vita vissuta in un attimo, bruciata con la velocità di una sigaretta fumata, giusto per sentirsi più grandi.

L’impressione è molto simile a quella avuta per La Paranza dei Bambini, una scrittura da fiction più che da romanzo, che scorre senza troppe sorprese, nella coerenza di un teorema sociale da dimostrare. Come già ho avuto modo di esprimere, apprezzo più il Saviano d’inchiesta di ZeroZeroZero, per intenderci, che il Saviano romanziere, quindi non ho avuto un piacere di lettura per l’oggetto artistico letterario, ma ho avuto comunque interesse nel vedere come la vicenda si svolgesse, pur anticipandone largamente l’epilogo.

Questo ultimo punto, infatti, è il punto reale di riflessione che mi ha lasciato il libro alla sua conclusione: c’era davvero bisogno di questo libro? La risposta che mi sono dato, pur salvandone tutti i punti positivi che già ho sottolineato nella mia recensione alla Paranza dei Bambini, è che questo non è altro che una continuazione, anche un pò ridondante, del primo libro. Bastava, tutto sommato, compattare i due libri in un’unica opera, sfrondandone le molteplici parti talvolta davvero superflue, per avere un quadro comunque completo ed esaustivo della denuncia sociale che l’autore intende portare all’attenzione di tutti noi.

In conclusione: il libro è interessante se si è letto il primo, per la mera curiosità voyeuristica di vedere come muore il protagonista Nicolas e come vengono ammazzati i suoi amici. Perché che muoiano tutti e che facciano una fine atroce, non è un’anticipazione che rovina nessun finale. Il problema è il come. Ritengo che la trasformazione della psicologia di questi ragazzi, trasformati troppo presto in delinquenti in un meccanismo molto più grande di loro, vero tema e vera denuncia di questo libro, sia ben chiara nel primo tomo, nel secondo c’è solo tanta scenografia, un brodo allungato senza grande sostanza da mettersi sotto i denti che è figlio soprattutto di un’epoca dove le serie tv vincono sui film, questo libro è un perfetto esempio di letteratura a puntate dove invece di comprare un tomo unico, con una storia che nasce e finisce nell’arco di 500 pagine e di 30€ spesi, ne comprate due per 50€ per avere 100 pagine in più totalmente inutili.

Stoner – John Williams

Stoner è un romanzo pubblicato nel 1965, nel 1972 vinse un premio minore, Williams manco si presentò a ritirarlo, poi l’incredibile oblio per quasi cinquant’anni, finché non ritorna in vetrina, in Francia, nel 2011 e poi la riscoperta mondiale.

La storia di questo libro rievoca le grandi avventure dell’archeologia, è una stanza segreta di una piramide, una pietra nascosta sotto terra, ritrovata, così, casualmente, da qualcuno che gratta il terreno, magari per gioco, e che restituisce alla luce un gioiello di rara fattura.

Stoner è la storia di un figlio di contadini che studia, diventa professore di università, si sposa, ha una figlia, vive, attraversa due guerre, litiga, poco e controvoglia, ama, con troppa discrezione e pudore, muore.

Il professor Stoner si fa attraversare dalla vita che lo scuote come un lenzuolo messo al sole ad asciugare e che, in un repentino cambio di tempo, resta umido, informe, inutilizzabile, tempestato da pioggia e grandine. E’ la storia dell’ordinarietà, di quell’ordinarietà rinunciataria, che non riesce mai a valutare correttamente la tempistica giusta e che, inevitabilmente, va incontro al fallimento.

Stoner semina fiori, nella vita come nella professione, fiori che sbocciano, colorati e profumati, ma che, in un alito di vento, appassiscono con virulenza, portandosi via una fetta della sua esistenza, senza che lui possa farci davvero niente. Stoner non ha la forza necessaria, né il cipiglio per opporsi al flusso dello scorrere delle cose, irruente, impetuoso, che rotola a valle, come un rigoglioso fiume destinato, poi, a diventare una triste pozzanghera.

In questo romanzo, scritto con uno stile calibrato, dove nulla è superfluo, si assiste da dietro ai vetri appannati, impotenti, alla vita troppo normale di una persona, tutto sommato, ineluttabilmente triste che vive e morirà nella mogia ruvidità di un mondo che non saprà apprezzare la delicatezza, la gentilezza d’animo, la discrezione e la timidezza.

E’ un libro toccante, che fa talvolta sorridere ma che, lungo le sue pagine, inocula un’amarezza ed una tristezza con il tocco lieve di un medico che ti accompagna verso l’ineluttabile.

La bellezza del libro è in un’universalità dove in Stoner riconosciamo le nostre debolezze, attuali o contro le quali abbiamo combattuto, è l’ipotesi di un noi sconfitto, su ogni fronte, è la sequenza di fotogrammi in tinte grigie che non lasciano niente, o poco più, a chi ci sta vicino. L’ignavia non fa male direttamente, ferisce di sponda, è l’incapacità di arrestare ogni pericolo, di proteggere non solo noi stessi ma chi amiamo.

Stoner è il ritratto assoluto di chi abdica a partecipare a qualunque processo di decisione. E’ un manifesto, tacito, alla ribellione, contro l’ingiustizia e la violenza, perché solo con prese di posizione decise, si può sfuggire al destino triste di una vita sprecata.

Ho amato molto questo libro, è un romanzo elegante e che ti lascia dentro segni profondi, scavati lentamente con la penna stilografica, cicatrici cuneiformi che non si rimarginano, perché ci si affeziona a Stoner, lo si coccola un pò, si vorrebbe entrare nelle pagine per difenderlo o per schiaffeggiarlo per farlo reagire, perché non è mai giusto che, a soffrire, siano sempre i buoni.

Causa di Morte – Patricia Cornwell

Ted Eddings era un giornalista, gentile ed affascinante, che faceva inchieste, forse ne aveva voluta fare una di troppo, il suo cadavere viene trovato, sott’acqua, dove non doveva stare.

Il brillante medico legale, Key Scarpetta, dovrà indagare su questa morte che lascia più di un dubbio. E non sarà facile, perché Ted era un amico e perché in molti non vogliono che la verità venga a galla.

Ok, questo era il trailer del film/libro, il settimo per l’esattezza della serie di Key Scarpetta scritto dalla Cornwell, ora arriviamo alla verità, parziale, data dai miei occhi di lettore. E’ stato il primo libro di Patricia Cornwell che ho letto, mi è capitato fra le mani per caso, perché una tizia l’aveva abbandonato ed io l’ho recuperato. Il primo impatto è stato piacevole, ho trovato ben disegnato il contesto e la personalità dei personaggi, soprattutto della protagonista con la quale ho immediatamente simpatizzato ed ho avuto l’impressione di conoscere, anche se era la prima volta che la incontravo per davvero.

Interessante anche la visione del medico legale, aspetto crudo ma necessario delle indagini per morti violente e sospette, pero’ la Cornwell ci risparmia l’eccesso della perversione del dettaglio morboso. E’ fredda, come deve essere il medico legale, ma pur sempre umana. La lotta per rimanere lucidi, senza coinvolgimenti emotivi la si condivide, si guarda con gli occhi di Key e, questo, è un grande pregio della scrittura del genere.

Poi, pero’, la storia inizia ad aggrovigliarsi, ad arrotolarsi su sé stessa con un effetto palla di neve che, per me, è diventato pesantissimo da digerire, ad ogni dettaglio scoperto si aggiungevano sempre più nemici, sempre più pericoli, alla fine mi aspettavo l’invasione di extraterrestri con l’aids che avrebbero infettato i ratti in modo da portare il virus ovunque nel pianeta che sarebbe esploso a causa della collisione di un asteroide. Troppo, tutto troppo, indirizzato ad una visione cinematografica, artificiale, “vai carica che magari ci fanno un film e ci facciamo un sacco di soldi”.

Patricia, va bene il denaro, ma bramarlo cosi’ smaccatamente, quando non si ha nulla da dire, mi sembra quasi osceno. Ho trovato questo libro per caso e l’unica concessione che faro’ alla Cornwell è che lascero’ che il libro continui il suo viaggio, lo lascero’ in un posto dove qualcuno potrà trovarlo, magari la sua sensibilità risponderà meglio della mia che, all’orecchio, mi ha chiesto, con voce flautata:”Hey Ale, non mi far leggere mai più nulla di questa eh?”

La Montagna Incantata – Thomas Mann

Passeggiando, su un terreno sterrato, scalciando qualche pietra, distrattamente, fra foglie marce e pozzanghere di piogge passate, poi, lo stupore della pienezza ed è la che si lascia riconoscere, finalmente, il capolavoro.

L’Arte è quel messaggero divino che ci recapita il messaggio di un qualcuno lontano miglia, anni, decenni da noi. Un messaggio che ci rimarrà stampigliato, a lettere di fuoco, nella mente e che ci farà attraversare epoche e ci legherà, indissolubilmente, ad un estraneo che ha scritto un richiamo, ad anime simili.

Thomas Mann ha consegnato all’Arte un messaggio forte come una tempesta, denso come una salsa di uno chef sapiente, dosata, irriducibile, rotonda e perfetta, come la fallacia e la fragilità dell’animo.

Questo libro è un sottile equilibrio del nostro pensiero che attraversa la malattia umana, cercando di non esserne affetto, corrotto, ferito o svilito ma esaltato, sublimato nella filosofia, immateriale eppure pesantissima. Il pensiero che, finalmente, parte lontano, si separa dal corpo e che, poi, torna a ricongiungersi, nel desiderio e nel reciproco condizionamento. La carne ed il ragionamento, le chiavi che decifrano pagine oscure di vita.

Attraverso gli occhi del protagonista ci infiliamo, come aghi di siringhe, negli opposti e nelle affinità, nei meandri della paura e dell’incoscienza, della nostra fugacità, del nostro essere, tutto sommato inutile ed intercambiabile, eppure unico. Il voler trovare, a tutti i costi, un senso, una trama, diritta e profonda alla nostra esistenza, per poi finire con un cappio al collo o a sputare sangue, ridendo o con sobrietà, con dignità, fino alla fine. Senza capire perché il tempo che rimaniamo chiusi, fra barba e sangue e ciglia di donna, in questo sanatorio sia un tempo reale o l’immensa e bianchissima, come leggera neve, metafora della nostra vita.

Questo libro non è un libro, è un monumento. Un altare davanti al quale bisogna inchinarsi.

La luna e i falo’ – Cesare Pavese

Pasolini diceva di Cesare Pavese che era uno scrittore ordinario. Da questo traiamo, tutti, una lezione confortante: anche Pasolini poteva dire cazzate sesquipedali.

Pavese, da poeta, non è un romanziere, eppure riesce a costruire romanzi come poesie e “la luna e i falo'” rientra ai miei occhi in questa categoria.

E’ un romanzo lento e malinconico, come tutti i ritorni degli emigranti, che non hanno trovato cio’ che cercavano e che hanno perduto cio’ che li legava alla propria terra, se non un amore semplice, puro e vergine, come l’ignoranza.

Pavese disegna paesaggi, con colori pastello, non con la violenza e la brillantezza di acrilici, i suoi personaggi sono definiti dai contorni tirati con la sanguigna dell’artigiano, non con la pennellata furibonda del genio o con quella precisa, giottesca, dell’esteta.

I dialoghi, la zoppia dell’adolescenziale e sempliciotto Cinto, alter ego trasposto del protagonista disincantato, tutto converge verso la presa di coscienza che cio’ che era non c’è davvero più, che gli ideali e le speranze che hanno nutrito i cuori di una generazione, sono svaniti, bruciati, arsi, come in un falo’.

Dalla luna ed i falo’ propiziatori, di speranza di prosperità, di gioia giovanile e danza di fame e coraggio, si arriva alla luna che nasce dopo il tramonto, al falo’ di roghi, terribili e disumani, nel quale si brucia la bellezza.

Cesare Pavese spreme dalle parole il succo della malinconia. In ogni sua opera.
Per questo va letto, sempre. Tutto.
Bevuto, come un calice amaro.