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Bacio Feroce – Roberto Saviano

Bacio Feroce è il secondo capitolo della storia iniziata con La Paranza dei Bambini. Stessi personaggi, stesso contesto, stessa parabola evolutiva, o involutiva, se giudicata dal punto di vista della società civile, di questi bambini cresciuti troppo in fretta in un ambito che prona la vita vissuta in un attimo, bruciata con la velocità di una sigaretta fumata, giusto per sentirsi più grandi.

L’impressione è molto simile a quella avuta per La Paranza dei Bambini, una scrittura da fiction più che da romanzo, che scorre senza troppe sorprese, nella coerenza di un teorema sociale da dimostrare. Come già ho avuto modo di esprimere, apprezzo più il Saviano d’inchiesta di ZeroZeroZero, per intenderci, che il Saviano romanziere, quindi non ho avuto un piacere di lettura per l’oggetto artistico letterario, ma ho avuto comunque interesse nel vedere come la vicenda si svolgesse, pur anticipandone largamente l’epilogo.

Questo ultimo punto, infatti, è il punto reale di riflessione che mi ha lasciato il libro alla sua conclusione: c’era davvero bisogno di questo libro? La risposta che mi sono dato, pur salvandone tutti i punti positivi che già ho sottolineato nella mia recensione alla Paranza dei Bambini, è che questo non è altro che una continuazione, anche un pò ridondante, del primo libro. Bastava, tutto sommato, compattare i due libri in un’unica opera, sfrondandone le molteplici parti talvolta davvero superflue, per avere un quadro comunque completo ed esaustivo della denuncia sociale che l’autore intende portare all’attenzione di tutti noi.

In conclusione: il libro è interessante se si è letto il primo, per la mera curiosità voyeuristica di vedere come muore il protagonista Nicolas e come vengono ammazzati i suoi amici. Perché che muoiano tutti e che facciano una fine atroce, non è un’anticipazione che rovina nessun finale. Il problema è il come. Ritengo che la trasformazione della psicologia di questi ragazzi, trasformati troppo presto in delinquenti in un meccanismo molto più grande di loro, vero tema e vera denuncia di questo libro, sia ben chiara nel primo tomo, nel secondo c’è solo tanta scenografia, un brodo allungato senza grande sostanza da mettersi sotto i denti che è figlio soprattutto di un’epoca dove le serie tv vincono sui film, questo libro è un perfetto esempio di letteratura a puntate dove invece di comprare un tomo unico, con una storia che nasce e finisce nell’arco di 500 pagine e di 30€ spesi, ne comprate due per 50€ per avere 100 pagine in più totalmente inutili.

Stoner – John Williams

Stoner è un romanzo pubblicato nel 1965, nel 1972 vinse un premio minore, Williams manco si presentò a ritirarlo, poi l’incredibile oblio per quasi cinquant’anni, finché non ritorna in vetrina, in Francia, nel 2011 e poi la riscoperta mondiale.

La storia di questo libro rievoca le grandi avventure dell’archeologia, è una stanza segreta di una piramide, una pietra nascosta sotto terra, ritrovata, così, casualmente, da qualcuno che gratta il terreno, magari per gioco, e che restituisce alla luce un gioiello di rara fattura.

Stoner è la storia di un figlio di contadini che studia, diventa professore di università, si sposa, ha una figlia, vive, attraversa due guerre, litiga, poco e controvoglia, ama, con troppa discrezione e pudore, muore.

Il professor Stoner si fa attraversare dalla vita che lo scuote come un lenzuolo messo al sole ad asciugare e che, in un repentino cambio di tempo, resta umido, informe, inutilizzabile, tempestato da pioggia e grandine. E’ la storia dell’ordinarietà, di quell’ordinarietà rinunciataria, che non riesce mai a valutare correttamente la tempistica giusta e che, inevitabilmente, va incontro al fallimento.

Stoner semina fiori, nella vita come nella professione, fiori che sbocciano, colorati e profumati, ma che, in un alito di vento, appassiscono con virulenza, portandosi via una fetta della sua esistenza, senza che lui possa farci davvero niente. Stoner non ha la forza necessaria, né il cipiglio per opporsi al flusso dello scorrere delle cose, irruente, impetuoso, che rotola a valle, come un rigoglioso fiume destinato, poi, a diventare una triste pozzanghera.

In questo romanzo, scritto con uno stile calibrato, dove nulla è superfluo, si assiste da dietro ai vetri appannati, impotenti, alla vita troppo normale di una persona, tutto sommato, ineluttabilmente triste che vive e morirà nella mogia ruvidità di un mondo che non saprà apprezzare la delicatezza, la gentilezza d’animo, la discrezione e la timidezza.

E’ un libro toccante, che fa talvolta sorridere ma che, lungo le sue pagine, inocula un’amarezza ed una tristezza con il tocco lieve di un medico che ti accompagna verso l’ineluttabile.

La bellezza del libro è in un’universalità dove in Stoner riconosciamo le nostre debolezze, attuali o contro le quali abbiamo combattuto, è l’ipotesi di un noi sconfitto, su ogni fronte, è la sequenza di fotogrammi in tinte grigie che non lasciano niente, o poco più, a chi ci sta vicino. L’ignavia non fa male direttamente, ferisce di sponda, è l’incapacità di arrestare ogni pericolo, di proteggere non solo noi stessi ma chi amiamo.

Stoner è il ritratto assoluto di chi abdica a partecipare a qualunque processo di decisione. E’ un manifesto, tacito, alla ribellione, contro l’ingiustizia e la violenza, perché solo con prese di posizione decise, si può sfuggire al destino triste di una vita sprecata.

Ho amato molto questo libro, è un romanzo elegante e che ti lascia dentro segni profondi, scavati lentamente con la penna stilografica, cicatrici cuneiformi che non si rimarginano, perché ci si affeziona a Stoner, lo si coccola un pò, si vorrebbe entrare nelle pagine per difenderlo o per schiaffeggiarlo per farlo reagire, perché non è mai giusto che, a soffrire, siano sempre i buoni.

Causa di Morte – Patricia Cornwell

Ted Eddings era un giornalista, gentile ed affascinante, che faceva inchieste, forse ne aveva voluta fare una di troppo, il suo cadavere viene trovato, sott’acqua, dove non doveva stare.

Il brillante medico legale, Key Scarpetta, dovrà indagare su questa morte che lascia più di un dubbio. E non sarà facile, perché Ted era un amico e perché in molti non vogliono che la verità venga a galla.

Ok, questo era il trailer del film/libro, il settimo per l’esattezza della serie di Key Scarpetta scritto dalla Cornwell, ora arriviamo alla verità, parziale, data dai miei occhi di lettore. E’ stato il primo libro di Patricia Cornwell che ho letto, mi è capitato fra le mani per caso, perché una tizia l’aveva abbandonato ed io l’ho recuperato. Il primo impatto è stato piacevole, ho trovato ben disegnato il contesto e la personalità dei personaggi, soprattutto della protagonista con la quale ho immediatamente simpatizzato ed ho avuto l’impressione di conoscere, anche se era la prima volta che la incontravo per davvero.

Interessante anche la visione del medico legale, aspetto crudo ma necessario delle indagini per morti violente e sospette, pero’ la Cornwell ci risparmia l’eccesso della perversione del dettaglio morboso. E’ fredda, come deve essere il medico legale, ma pur sempre umana. La lotta per rimanere lucidi, senza coinvolgimenti emotivi la si condivide, si guarda con gli occhi di Key e, questo, è un grande pregio della scrittura del genere.

Poi, pero’, la storia inizia ad aggrovigliarsi, ad arrotolarsi su sé stessa con un effetto palla di neve che, per me, è diventato pesantissimo da digerire, ad ogni dettaglio scoperto si aggiungevano sempre più nemici, sempre più pericoli, alla fine mi aspettavo l’invasione di extraterrestri con l’aids che avrebbero infettato i ratti in modo da portare il virus ovunque nel pianeta che sarebbe esploso a causa della collisione di un asteroide. Troppo, tutto troppo, indirizzato ad una visione cinematografica, artificiale, “vai carica che magari ci fanno un film e ci facciamo un sacco di soldi”.

Patricia, va bene il denaro, ma bramarlo cosi’ smaccatamente, quando non si ha nulla da dire, mi sembra quasi osceno. Ho trovato questo libro per caso e l’unica concessione che faro’ alla Cornwell è che lascero’ che il libro continui il suo viaggio, lo lascero’ in un posto dove qualcuno potrà trovarlo, magari la sua sensibilità risponderà meglio della mia che, all’orecchio, mi ha chiesto, con voce flautata:”Hey Ale, non mi far leggere mai più nulla di questa eh?”

La Montagna Incantata – Thomas Mann

Passeggiando, su un terreno sterrato, scalciando qualche pietra, distrattamente, fra foglie marce e pozzanghere di piogge passate, poi, lo stupore della pienezza ed è la che si lascia riconoscere, finalmente, il capolavoro.

L’Arte è quel messaggero divino che ci recapita il messaggio di un qualcuno lontano miglia, anni, decenni da noi. Un messaggio che ci rimarrà stampigliato, a lettere di fuoco, nella mente e che ci farà attraversare epoche e ci legherà, indissolubilmente, ad un estraneo che ha scritto un richiamo, ad anime simili.

Thomas Mann ha consegnato all’Arte un messaggio forte come una tempesta, denso come una salsa di uno chef sapiente, dosata, irriducibile, rotonda e perfetta, come la fallacia e la fragilità dell’animo.

Questo libro è un sottile equilibrio del nostro pensiero che attraversa la malattia umana, cercando di non esserne affetto, corrotto, ferito o svilito ma esaltato, sublimato nella filosofia, immateriale eppure pesantissima. Il pensiero che, finalmente, parte lontano, si separa dal corpo e che, poi, torna a ricongiungersi, nel desiderio e nel reciproco condizionamento. La carne ed il ragionamento, le chiavi che decifrano pagine oscure di vita.

Attraverso gli occhi del protagonista ci infiliamo, come aghi di siringhe, negli opposti e nelle affinità, nei meandri della paura e dell’incoscienza, della nostra fugacità, del nostro essere, tutto sommato inutile ed intercambiabile, eppure unico. Il voler trovare, a tutti i costi, un senso, una trama, diritta e profonda alla nostra esistenza, per poi finire con un cappio al collo o a sputare sangue, ridendo o con sobrietà, con dignità, fino alla fine. Senza capire perché il tempo che rimaniamo chiusi, fra barba e sangue e ciglia di donna, in questo sanatorio sia un tempo reale o l’immensa e bianchissima, come leggera neve, metafora della nostra vita.

Questo libro non è un libro, è un monumento. Un altare davanti al quale bisogna inchinarsi.

La luna e i falo’ – Cesare Pavese

Pasolini diceva di Cesare Pavese che era uno scrittore ordinario. Da questo traiamo, tutti, una lezione confortante: anche Pasolini poteva dire cazzate sesquipedali.

Pavese, da poeta, non è un romanziere, eppure riesce a costruire romanzi come poesie e “la luna e i falo'” rientra ai miei occhi in questa categoria.

E’ un romanzo lento e malinconico, come tutti i ritorni degli emigranti, che non hanno trovato cio’ che cercavano e che hanno perduto cio’ che li legava alla propria terra, se non un amore semplice, puro e vergine, come l’ignoranza.

Pavese disegna paesaggi, con colori pastello, non con la violenza e la brillantezza di acrilici, i suoi personaggi sono definiti dai contorni tirati con la sanguigna dell’artigiano, non con la pennellata furibonda del genio o con quella precisa, giottesca, dell’esteta.

I dialoghi, la zoppia dell’adolescenziale e sempliciotto Cinto, alter ego trasposto del protagonista disincantato, tutto converge verso la presa di coscienza che cio’ che era non c’è davvero più, che gli ideali e le speranze che hanno nutrito i cuori di una generazione, sono svaniti, bruciati, arsi, come in un falo’.

Dalla luna ed i falo’ propiziatori, di speranza di prosperità, di gioia giovanile e danza di fame e coraggio, si arriva alla luna che nasce dopo il tramonto, al falo’ di roghi, terribili e disumani, nel quale si brucia la bellezza.

Cesare Pavese spreme dalle parole il succo della malinconia. In ogni sua opera.
Per questo va letto, sempre. Tutto.
Bevuto, come un calice amaro.

Norwegian Wood – Haruki Murakami

La mia ammirazione per Murakami è nota e resto un suo fedelissimo discepolo, avevo conservato questo libro, tanto osannato da molti come suo miglior romanzo, per leggerlo con calma, un po’ come quando conservi gli ultimi cioccolatini per quando ti viene la voglia di zuccheri, durante la dieta post natalizia. Ecco. Cosi’.

La storia è quella di Watanabe che ricorda l’epoca dei suoi vent’anni, dei suoi amici, la scoperta dell’amore, del sesso e della morte. Midori, Naoko, Kizuki e Reiko si alternano nella sua memoria di ragazzo ordinario. Elementi autobiografici sembrano evidenti, Murakami indulge nel cullarsi in tali ricordi, a mio parere un po’ troppo. Amo molto il suo stile, tutto giapponese, da cerimonia del tè, dove il tempo si dilata, non è più contato con i parametri occidentali di frenesia e sintesi, pero’ lungo tutto il libro mi sono spesso chiesto quanto, questo dilungarsi, fosse letteratura e quanto fosse invece pura masturbazione mentale da diario personale più che da romanzo.

C’è tutto, troppo, in queste quasi 500 pagine. Tumori, malati terminali, adolescenti suicidi, sesso “alla giapponese”, con la loro fissazione per gli slip delle ragazze molto giovani, sesso tout-court, innamoramento, incomprensione, musica, omosessualità, lesbiche di 13 anni che seducono donne più mature, sposate e con figli, rivoluzioni studentesche, politica, rapporti difficili genitori-figli.

Troppo, decisamente troppo perché questo romanzo possa piacermi, a meno che ogni argomento fosse stato affrontato in modo da comprenderne davvero le sfaccettature più recondite. Invece no, è un volo d’aquilone, un avanzare rapido di una videocassetta, Watanabe è un distratto passeggero del treno, vive le cose passivamente, non sembra mai toccato da esse (come spesso capita nei personaggi di Murakami, cosa tra l’altro che amo molto, perché continuo a ritenere l’estraneità alla propria realtà uno dei temi trainanti dell’epoca contemporanea).

Assistiamo quindi al lungo, fino alla noia, viaggio, tormentato ma non troppo, di Watanabe attraverso le più grandi tragedie della vita, lui non si modifica profondamente, si dispera un po’, parte in viaggio, pero’ alla fine resta solo uno qualunque, un po’ banale, su cui aleggia il dubbio che non abbia davvero capito cosa accada intorno a lui. Uno perso, come tutti noi, d’accordo, ma davvero troppo.

In conclusione, da amante di Murakami, allo stato attuale, a meno di non voler essere un radical chic a tutti i costi, questo mi sembra il suo peggior libro, quello che lo definisce meno, privo di quella genialità onirica che spande la magia letteraria dell’autore giapponese che tanti di noi ha fatto innamorare.

Non Lasciarmi – Kazuo Ishiguro

Le logiche di assegnazione del Premio Nobel sono spesso, ai miei occhi, incomprensibili, per cercare di perforare questo mistero, non posso fare a meno di leggere le opere di coloro che lo ricevono per la letteratura.

Nella maggior parte dei casi, una volta chiuso il libro, continuo a non capire, stavolta è diverso.

Ishiguro è arrivato in Gran Bretagna a 6 anni, dicono sia britannico, pero’ lo stile, paziente, dettagliato, visionario e scollato, con sapienza, dalla realtà mi sembra totalmente giapponese.

Il libro narra la storia di Kath e di due suoi amici, Tom e Ruth, sin da quando son bambini, la loro vita in uno strano college, Hailsham, e si chiude quando i tre arrivano, in età adulta a “fine ciclo”.

Non capiamo subito di cosa si tratta, la narrazione si svela lentamente, come un quadro del quale intercettiamo i segreti poco a poco, e d’improvviso, quando, fra un po’ di noia e di abitudine, ci rendiamo conto di essere in qualche modo affezionati a questi piccoli bimbi ordinari e, tutto sommato, banali, scopriamo che non sono altro che dei cloni umani.

Il romanzo è sottile, come una puntura che rilascia il medicinale in modo prolungato, ne siamo avviluppati col tempo, solo quando accettiamo che “la cerimonia del tè” letterario che Ishiguro ha apparecchiato per noi, va gustata con studiata lentezza, senza la fretta, vorace ed onnivora, che la contemporaneità ci impone ed insegna.

E’ un romanzo che mi ha molto toccato, che è venuto a scavare dentro di me, con una paletta da spiaggia, che mi ha costretto a provare emozioni, quasi tutte malinconiche e tristi ma immerse nella glassa, dolce e umana, della tenerezza.

E’ un libro profondo, studiato, preciso e talvolta freddo, eppure sa sprigionare riflessione, calore ed una visione potente ed angosciante di un futuro non troppo impossibile.

Io sono un appassionato di scrittori giapponesi, riescono a traspormi in universi ucronici, dove tutto è possibile ed Ishiguro non fa eccezione. Ora mi sono procurato un altro suo romanzo: Quel che resta del giorno, la sua opera più “britannica”, sono curioso di vedere come le due culture, forti e nazionaliste, possano coesistere in un unico artista.

Non Lasciarmi, non è solo un titolo, è una richiesta e, al tempo stesso, una promessa. Bellissimo.

Wool – Hugh Howey

Wool è il primo libro della, cosiddetta, “Trilogia del Silo” scritta da Howey, inizialmente su internet, quasi per gioco, poi, visto il numero crescente ed inaspettato di lettori, in modo più strutturato ed è diventato un best seller mondiale, fra i romanzi distopici. Ora  addirittura Ridley Scott sta lavorando ad un suo adattamento al cinema.

L’idea di base è che l’umanità è chiusa in un enorme Silo, diviso per livelli, dove nei piani alti si trova l’amministrazione, il Sindaco, lo Sceriffo, gli Informatici e, in quelli bassi, i meccanici. Il Silo non dispone di tanto spazio, quindi le nascite sono controllate, esattamente come la vita di ogni singolo abitante.

Ribellarsi è impossibile, la pena è “la pulizia”, cioè essere mandati fuori, a pulire i vetri da cui si puo’ ammirare l’alba ed il tramonto ma, soprattutto, a morire, perché l’aria è irrespirabile, troppo calda e la tuta, ad un certo punto, fonde, lascia passare gli elementi che porteranno alla, lenta e dolorosa, fine del condannato.

Il libro inizia con un primo mistero, sulla morte della moglie dello Sceriffo che sembra aver scoperto una verità, scomoda, sul Silo e sui suoi governanti, l’indagine dell’inconsolabile guardiano della legge si spinge troppo oltre e cosi’… Mi fermo qua per non rivelare dettagli croccanti e gustosi ad un eventuale lettore.

A me piacciono i romanzi distopici, trovo che non siano mai, dopotutto, lontani davvero dalla realtà che viviamo; li reputo, generalmente, delle visioni illuminate di quanto potrebbe accadere se la guardia, dell’umanità, nel senso più intimo, si abbassa.

Wool resta un’idea brillante, il Silo è claustrofobico, con le sue scale metalliche, da sottomarino, ed i suoi piani, fatti di cellette e compartimenti stagni. E’ una bella metafora, non solo della divisione fra classi sociali ma anche fra uomini che, raggruppati in comunità più o meno omogenee, diffidano delle altre comunità che vivono vite diverse, per ritmi, tempi, abitudini e, spesso, valori.

Potrebbero e, del resto, sono temi ricorrenti, poco originali, ma trovo che Howey li rielabora con una nuova freschezza, con sapienza fa concatenare gli eventi ed i colpi di scena, affinché la storia si svolga con una certa scioltezza e fluidità, sotto questo punto di vista ho molto apprezzato il romanzo.

Cio’ che, invece, non mi è piaciuto, è una sorta di calo di ritmo o di gestione della tensione, alta fino allo stremo, per troppo tempo. Insomma, come nei film, se il protagonista è in grave pericolo, ci aspettiamo che si salvi, perché altrimenti, a meno di clamorose svolte della trama, finirebbe il film. Far durare, dunque, pagine e pagine il suo combattimento per la sopravvivenza per poi, sopravvivere, appunto, ci lascia più delusi che se morisse.

No, non siamo sadici, è solo che la riflessione, lo spunto intellettuale, nasce solo dall’inatteso, se anticipiamo il corso degli eventi, non ci concentriamo abbastanza, abbiamo una sensazione di déjà vu che ci fa staccare dall’empatia che abbiamo col libro che abbiamo in mano. Wool è un tomo bello grande, di più di 500 pagine, non trovo ci fosse la necessità di dilungarsi oltremodo in descrizioni che il lettore, talvolta, incredibilmente, non stupido, puo’ cogliere in pochi colpi di pennello.

In conclusione: ora che ho lasciato sedimentare in me il libro, avendolo finito da due settimane, il disappunto per aver arrancato in alcune sezioni, ha lasciato lo spazio alla curiosità di vedere se l’autore riesce a valorizzare un’idea ed una trama di certo interesse e valore. Vorrei capire se, oltre all’azione, ammiccante all’universo hollywoodiano ed ai soldi che puo’ generare, c’è un messaggio più profondo, più umano, più universale, che possiamo far nostro, per evitare di rinchiuderci in un Silo e continuare a riflettere.

Il Signore della Magia – Raymond E. Feist

Questo libro, un classico del genere fantasy, parla di un orfano, Pug, che diventa l’apprendista di un Mago. All’inizio, come molti personaggi del genere, Pug è imbranato, non capisce come si evocano le più banali magie, si perde in un bicchier d’acqua, dopotutto sognava di diventare soldato, non certo mago.

D’improvviso, giocando col suo miglior amico, trova sulla spiaggia uno strano vascello e dei soldati morti, in quello che ha l’aria di essere un naufragio. In realtà hanno scoperto i primi movimenti di un’invasione terribile che sta per attuarsi da parte di soldati di un altro mondo che, grazie ad un portale temporale aperto e tenuto ben spalancato dal lavoro di potentissimi maghi, stanno per attraversare e prendere possesso, grazie al loro imponente numero, del mondo nel quale il giovane Pug vive.

Non rivelo niente di cruciale dicendo che Pug finirà in questo mondo “altro” e la sua vita cambierà. Radicalmente, cosi’ come il suo rapporto alla magia.

Ho aspettato molto prima di recensire questo tomo di più di 1200 pagine che ho portato a conclusione non senza fatica. In realtà, dopo aver letto questo libro son giunto alla conclusione che sono un pessimo lettore ed un ancor peggiore critico di libri fantasy per la, pura e semplice, ragione che ho difficoltà ad entrare in questi universi. Insomma, all’inizio mi incuriosisco, cerco di compenetrarmi nella vita dei personaggi, provo ad annusare il profumo medievale che trasuda dai muri dei castelli e delle vecchie case del villaggio, lascio che la mia fantasia corra sui duelli in punta di spada, immagino il potere di questi maghi, pero’ se l’autore non riesce ad imporre un ritmo serrato, descrizioni poderose o un intrigo fitto, mi ritrovo a pensare che tutto sia molto cliché, scontato, facilmente prevedibile, banale.

Forse son stato “corrotto” da Tolkien, non riesco a staccarmi dall’impostazione che questo grande maestro ha infuso in tutto il genere, la sua impronta è talmente profonda che, ai miei occhi, rimane parametro, probabilmente, inarrivabile, fatto sta che ho terminato questo libro con un senso di sacrificio, di pesantezza; ero già convinto di sapere come sarebbe evoluta la storia e sono stato sorpreso dall’autore, ahimé, ben poche volte.

In conclusione: per me la saga finisce qua. Ciao Pug, in bocca al lupo per tutto, ma ciao.

Gestapo – Sven Hassel

Da amante di storia e romanzi militari avevo una lacuna che ho colmato troppo tardi: Sven Hassel.

Per chi non lo conoscesse, Sven Hassel è lo pseudonimo di Willy Arberg, un danese dalla vita rocambolesca che si è arruolato nella Wermacht e per la quale ha combattuto, su tutti i fronti, in un battaglione di disciplina nel quale viene inserito dopo aver disertato. Già questa vita me lo fa ammirare smodatamente ma dopo averlo letto diventa un parametro letterario del genere.

Ho cominciato dal romanzo “Gestapo” per caso, è il primo titolo che mi è capitato sottomano. Si racconta la storia di, guarda caso, un battaglione di disciplina alle prese con la mano feroce, cieca, stupida e implacabile della Gestapo. Gli episodi si succedono in rapida sequenza, si entra subito nel gruppo di questa brigata di sbandati, come se li si spiasse da dietro un masso, fra esplosioni di granate, peti rumorosi, parolacce e cinismo.

Hassel ci fa vivere la cruda realtà della guerra, in ogni aspetto, compreso quello buono, quello cameratesco che rievoca dannatamente “Niente di nuovo sul fronte occidentale” di Remarque (che all’improvviso ho voglia di rileggere e, magari, recensire).

Il modo di scrivere di Hassel è schietto, senza filtri, brutale, come la realtà che racconta, è da pelle d’oca e getta uno sguardo illuminante anche sul fascino che l’esercito tedesco poteva e, puo’ ancora, esercitare. C’è poco da salvare in quegli avvenimenti, c’è poco da restare ammaliati dalla stolida obbedienza prona di burocrati e passacarte che son pronti a sgozzare il prossimo ed a sgozzarsi fra di loro pur di salvarsi la pelle o di guadagnare una razione di cibo in più. Non c’è rispetto, c’è solo paura, furbizia, sotterfugio, crudeltà. E’ un’epoca di animali, di bestie feroci che scannano e si scannano, si denunciano, si odiano, resta solo la solidarietà fra disperati di uno stesso battaglione, perché si mangia, si caca e si muore insieme, si ha paura insieme, ci si mette una sigaretta in bocca per fermare le lacrime, ci si racconta la verità, perché coi sogni si muore subito.
Ci son pallottole e granate intorno, bisogna far attenzione alla mitragliatrice che sputa fuoco, ai russi, ai francesi, ai tommies ed ai tedeschi stessi, alla Gestapo che tutto controlla, che tutto vuole sapere, che convoglia la vanità di piccoli individui che, un tempo, forse erano comunisti ma che sono saliti sul treno in corsa per diventare dignitari del partito che un tempo odiavano.

Ho finito il romanzo senza fiato, col cuore in gola, con la voglia di studiare ancora una volta tutta la storia della seconda guerra mondiale, di leggere ancora Hassel e vivere in trincea con lui, con loro, per sentire il puzzo di polvere da sparo e morte e non dimenticare quello che uomini, un tempo eroi, hanno vissuto, sopportato, pur senza condividere, ma solo per sopravvivere perché, tutto cio’ che resta dell’uomo in guerra, è solo istinto di sopravvivenza e qualche altro brandello di umanità, prima che tutto venga spazzato via, dall’artiglieria o da un aguzzino in un carcere, condannato dai tuoi stessi compatrioti perché a vincere è solo l’ossessione, la follia, il sadismo.

Sven Hassel è un maestro del genere, mi sono inchinato a lui più volte durante la lettura e gli ho reso omaggio definitivo iniziando la sera stessa un secondo romanzo. E continuero’, fino a leggerli tutti, perché lui mi ha fatto un regalo: mi ha portato in trincea con lui, ad avere paura.