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Il Signore della Magia – Raymond E. Feist

Questo libro, un classico del genere fantasy, parla di un orfano, Pug, che diventa l’apprendista di un Mago. All’inizio, come molti personaggi del genere, Pug è imbranato, non capisce come si evocano le più banali magie, si perde in un bicchier d’acqua, dopotutto sognava di diventare soldato, non certo mago.

D’improvviso, giocando col suo miglior amico, trova sulla spiaggia uno strano vascello e dei soldati morti, in quello che ha l’aria di essere un naufragio. In realtà hanno scoperto i primi movimenti di un’invasione terribile che sta per attuarsi da parte di soldati di un altro mondo che, grazie ad un portale temporale aperto e tenuto ben spalancato dal lavoro di potentissimi maghi, stanno per attraversare e prendere possesso, grazie al loro imponente numero, del mondo nel quale il giovane Pug vive.

Non rivelo niente di cruciale dicendo che Pug finirà in questo mondo “altro” e la sua vita cambierà. Radicalmente, cosi’ come il suo rapporto alla magia.

Ho aspettato molto prima di recensire questo tomo di più di 1200 pagine che ho portato a conclusione non senza fatica. In realtà, dopo aver letto questo libro son giunto alla conclusione che sono un pessimo lettore ed un ancor peggiore critico di libri fantasy per la, pura e semplice, ragione che ho difficoltà ad entrare in questi universi. Insomma, all’inizio mi incuriosisco, cerco di compenetrarmi nella vita dei personaggi, provo ad annusare il profumo medievale che trasuda dai muri dei castelli e delle vecchie case del villaggio, lascio che la mia fantasia corra sui duelli in punta di spada, immagino il potere di questi maghi, pero’ se l’autore non riesce ad imporre un ritmo serrato, descrizioni poderose o un intrigo fitto, mi ritrovo a pensare che tutto sia molto cliché, scontato, facilmente prevedibile, banale.

Forse son stato “corrotto” da Tolkien, non riesco a staccarmi dall’impostazione che questo grande maestro ha infuso in tutto il genere, la sua impronta è talmente profonda che, ai miei occhi, rimane parametro, probabilmente, inarrivabile, fatto sta che ho terminato questo libro con un senso di sacrificio, di pesantezza; ero già convinto di sapere come sarebbe evoluta la storia e sono stato sorpreso dall’autore, ahimé, ben poche volte.

In conclusione: per me la saga finisce qua. Ciao Pug, in bocca al lupo per tutto, ma ciao.

Gestapo – Sven Hassel

Da amante di storia e romanzi militari avevo una lacuna che ho colmato troppo tardi: Sven Hassel.

Per chi non lo conoscesse, Sven Hassel è lo pseudonimo di Willy Arberg, un danese dalla vita rocambolesca che si è arruolato nella Wermacht e per la quale ha combattuto, su tutti i fronti, in un battaglione di disciplina nel quale viene inserito dopo aver disertato. Già questa vita me lo fa ammirare smodatamente ma dopo averlo letto diventa un parametro letterario del genere.

Ho cominciato dal romanzo “Gestapo” per caso, è il primo titolo che mi è capitato sottomano. Si racconta la storia di, guarda caso, un battaglione di disciplina alle prese con la mano feroce, cieca, stupida e implacabile della Gestapo. Gli episodi si succedono in rapida sequenza, si entra subito nel gruppo di questa brigata di sbandati, come se li si spiasse da dietro un masso, fra esplosioni di granate, peti rumorosi, parolacce e cinismo.

Hassel ci fa vivere la cruda realtà della guerra, in ogni aspetto, compreso quello buono, quello cameratesco che rievoca dannatamente “Niente di nuovo sul fronte occidentale” di Remarque (che all’improvviso ho voglia di rileggere e, magari, recensire).

Il modo di scrivere di Hassel è schietto, senza filtri, brutale, come la realtà che racconta, è da pelle d’oca e getta uno sguardo illuminante anche sul fascino che l’esercito tedesco poteva e, puo’ ancora, esercitare. C’è poco da salvare in quegli avvenimenti, c’è poco da restare ammaliati dalla stolida obbedienza prona di burocrati e passacarte che son pronti a sgozzare il prossimo ed a sgozzarsi fra di loro pur di salvarsi la pelle o di guadagnare una razione di cibo in più. Non c’è rispetto, c’è solo paura, furbizia, sotterfugio, crudeltà. E’ un’epoca di animali, di bestie feroci che scannano e si scannano, si denunciano, si odiano, resta solo la solidarietà fra disperati di uno stesso battaglione, perché si mangia, si caca e si muore insieme, si ha paura insieme, ci si mette una sigaretta in bocca per fermare le lacrime, ci si racconta la verità, perché coi sogni si muore subito.
Ci son pallottole e granate intorno, bisogna far attenzione alla mitragliatrice che sputa fuoco, ai russi, ai francesi, ai tommies ed ai tedeschi stessi, alla Gestapo che tutto controlla, che tutto vuole sapere, che convoglia la vanità di piccoli individui che, un tempo, forse erano comunisti ma che sono saliti sul treno in corsa per diventare dignitari del partito che un tempo odiavano.

Ho finito il romanzo senza fiato, col cuore in gola, con la voglia di studiare ancora una volta tutta la storia della seconda guerra mondiale, di leggere ancora Hassel e vivere in trincea con lui, con loro, per sentire il puzzo di polvere da sparo e morte e non dimenticare quello che uomini, un tempo eroi, hanno vissuto, sopportato, pur senza condividere, ma solo per sopravvivere perché, tutto cio’ che resta dell’uomo in guerra, è solo istinto di sopravvivenza e qualche altro brandello di umanità, prima che tutto venga spazzato via, dall’artiglieria o da un aguzzino in un carcere, condannato dai tuoi stessi compatrioti perché a vincere è solo l’ossessione, la follia, il sadismo.

Sven Hassel è un maestro del genere, mi sono inchinato a lui più volte durante la lettura e gli ho reso omaggio definitivo iniziando la sera stessa un secondo romanzo. E continuero’, fino a leggerli tutti, perché lui mi ha fatto un regalo: mi ha portato in trincea con lui, ad avere paura.

Educazione Siberiana – Nicolai Lilin

Educazione Siberiana è un romanzo, secondo alcuni una testimonianza, secondo altri una mistificazione della realtà, sulla vita della comunità criminale siberiana in Transnistria, regione della Moldavia.

Lilin illustra come si nasce, si cresce e si viene educati in una comunità cosi’ compatta e regolata da norme comportamentali molto codificate, vincolanti, rigide ma talmente chiare da rendere la vita fluida, persino godibile, fra una rissa e una “picca”, un coltello tradizionale regalato da un criminale più anziano.

Seguiamo la vita di Nicolai, che si chiama come l’autore che forse parla di sé stesso, o forse no, ma che importa? E’ un romanzo non un’autobiografia. Le sue amicizie da ragazzino, il rapporto con vecchi, nonni, zii, genitori, donne forti e uomini con codici d’onore diversi da quelli sociali, dove lo Stato, e la polizia in quanto espressione armata di questo, sono un antagonista, un interlocutore non frequentabile e non credibile. E’ la rivendicazione di una vita nata prima di una qualunque forma di organizzazione sociale, è l’esaltazione di un modo di vivere tribale, dove per tribale c’è il senso primordiale e non solo selvaggio del vivere comune.

Le pagine scorrono veloci con gli episodi di esistenza e violenza quotidiana, di squallore di certi quartieri dove la vita conta meno di una pallottola, dove la gerarchizzazione umana segue parametri regionali, culturali, criminali e non quelli di una società dove si cercano di appianare le differenze e di evitare di inasprirle. Il messaggio che passa è che una volta impostati in una corrente culturale non si puo’ (e, per lo più, non si vuole) uscire da questa perimetro. E’ poi cosi’ falso? Mi sono chiesto più volte durante la lettura. Soprattutto in un contesto attuale dove si parla tanto di integrazione, di vivere insieme, di punti di contatto culturali, si puo’ davvero uscire dalla propria radice culturale nella quale si è cresciuti, per adottare quella di un qualcosa che viene avvertito come estraneo? Io sono un italiano in Francia e, di francese, ho molto poco, ho imparato molto poco e non mi sono staccato dalla mia impostazione mentale e culturale; certo vivo in pace, cerco di piantare meno grane possibili, ma non ho, né razionalmente, né emotivamente, voglia di tagliare il cordone intellettuale ed emotivo nel quale affonda la mia cultura italiana. Ci puo’ riuscire un Africano che arriva in Europa o un Siberiano che cresce in una regione non sua, regione, tra l’altro, dominata dalla Russia e dai Russi? Ecco, secondo Lilin no, non si esce, ci si adatta, ci si ribella coi propri mezzi, si sopravvivere aggrappati alla propria identità.
Non si è necessariamente sovversivi, non si vuole ribaltare l’ordine costituito, si cerca solo di esistere conservando le proprie abitudini, per quanto queste possano risultare malsane o pericolose. La vita è cosi’, pericolosa e ineluttabile, lo sanno tutti, anziani e giovani, più che un modo di vivere è una filosofia.

E’ un romanzo che ho amato, che mi ha toccato, a volte commosso, inorridito, fatto riflettere nella sua freddezza come neve e, al tempo stesso, bruciante come una coltellata ricevuta. Rispetto ad un romanzo di Saviano (il paragone viene naturale, visto l’oggetto dell’indagare) forse, anzi sicuramente, c’è più compiacimento, meno condanna sociale, pero’, sempre tenendo chiaro in mente che si tratta di romanzo e non di documento storico/sociale, è uno spaccato di impatto su una realtà che mi era sconosciuta, una realtà che sparge sale sulla ferita aperta della contemporaneità e sul dogma totale dell’integrazione ad un magma culturale confuso ed indefinito.

I siberiani no, sono definiti, da generazioni si tramandano uno stile, dei messaggi, malavitosi e non, anche umani. In un certo senso anche gli italiani allora sono siberiani, ma, mi chiedo, è poi davvero cosi’ male amare le proprie radici, dove le regole del gioco sono dure ma chiare, e non volerle diluire in un brodo primordiale che, se vogliamo, altro non è che miscuglio selvaggio ed oppressione di una cultura precedente?

Io non lo so e ci continuo a riflettere, intanto ammiro molto chi ha tante certezze, anche su questo argomento, mi fa un po’ ridere ma lo ammiro.

Bravo Lilin, leggero’ gli altri romanzi.

Il Confessore – Jo Nesbo

Il Confessore è un tossicodipendente, dai capelli lunghi, come un profeta, uno di quelli che ti ispira fiducia e che puo’ dare un’assoluzione, di quelle umane, che non passano attraverso la religione ma nell’elettricità, calda e balsamica, di una comprensione profonda. Fanno la fila, i carcerati, per andare a confessarsi dal Confessore. E’ buono, mite, vende la propria falsa testimonianza in cambio di dosi di droga da consumare in galera, mentre marcisce al posto di altri, espiando colpe non sue perché, da bambino, scopri’ che il suo mito, suo padre, era un poliziotto corrotto. E tutto fini’ in frantumi, l’autodistruzione prese il sopravvento sul volerlo imitare, la droga, l’oblio, la prigione.

Poi una rivelazione, qualcuno gli confessa cio’ che, forse, avrebbero dovuto confessargli prima, cioè che era tutta una montatura che suo padre era innocente. Mai assoluzione fu più salvifica. Il Confessore evade, è lucido, ha un piano, per vendicare tutti questi delitti, questi anni di sofferenza, i mandanti di quell’omicidio di quella che era la sua vita. A dargli la caccia un vecchio collega di suo padre, qualcuno prossimo alla pensione, con la moglie che sta per diventare cieca perché non ha i soldi per farla operare, qualcuno di integerrimo.

E’ una corsa ad anticipare le mosse dell’altro, fra la ferocia dei rispettivi ruoli di assassino e di poliziotto e la benevolenza di chi ha conosciuto l’altro in un’epoca remota, quando tutto questo era impensabile, quando un bambino con il futuro ancora dipinto di rosa, incontra un collega di papà, quello buono.

Il romanzo procede con un ritmo giusto, non troppo frenetico, non troppo farcito di colpi di scena, con un velo di misurato romanticismo. E’ un piacere leggere le pagine di Nesbo in questo thriller che si legge come se non ne fosse uno, con la curiosità di scoprire l’evoluzione ma senza quella morbosità del compiacimento nel dedalo perverso della mentalità dell’assassino. E’ tutto lineare, logico, molto umano, troppo. E siamo tutti deboli, guardie e ladri.

E’ il primo romanzo di Nesbo che ho letto e non sarà l’ultimo, se il livello rimane su questi standard, capisco che il giallo in salsa scandinava sia salito alla ribalta negli ultimi anni, c’è la freddezza delle loro foreste ed il calore dell’intelligenza acuminata, come un coltello letale. Bellissimo.

La Ragazza del Treno – Paula Hawkins

E poi, d’improvviso, un giorno d’estate umido di sudore e vino rosé, sotto il ronzio di un ventilatore bianco asmatico, un capolavoro.

Avevo adocchiato questo romanzo perché gli scaffali della FNAC a Chatelet te lo sbattevano in faccia, risaltava con una violenza visiva che rasentava la maleducazione, con quei foglietti a forma di cuoricino per sottolineare che qualcuno lo aveva trovato leggibile. Avevo scorso la quarta di copertina, l’idea era originale, successo planetario immediato, film in preparazione, insomma Paula Hawkins, pur scrivendo un genere diverso dal mio, aveva appena realizzato il mio sogno.

La storia è quella di una ragazza, alcolizzata, la cui vita va a rotoli da quando suo marito, Tom, l’ha lasciata per un’altra donna. Lei prende sempre lo stesso treno, sempre alla stessa ora e si lascia andare a fantasticherie sulle persone che vede dal finestrino, in particolare su una coppia che vive qualche immobile un po’ più distante da quello abitato da Tom con la nuova compagna.

Un giorno, Rachel vede qualcosa che forse non avrebbe dovuto vedere, un dettaglio che le fa vacillare quel mondo incantato in cui aveva incastrato la bella Megan e suo marito Scott, ma non solo, il giorno dopo Megan scompare.

Rachel sa di aver una pista da percorrere, se solo non bevesse cosi’ tanto potrebbe ricordare ogni dettaglio della sera in cui Megan è scomparsa, pero’ fra un gin tonic e una bottiglia di vino è tutto cosi’ confuso, annebbiato, la polizia non le crede, non le crede la sua coinquilina, né Tom, né Anna e non crede nemmeno a sé stessa.

Il romanzo è scritto sotto forma di diario giornaliero, da Rachel ma anche dalla stessa Megan e da Anna, la nuova compagna di Tom, le pagine scorrono via veloci, scritte con precisione e passione, compenetrarsi è immediato, anche per chi non ha una passione per l’alcool. C’è ritmo, intrigo e curiosità, la trama è intessuta con originalità, senza quel terribile senso di déjà vu che, spesso, percorre la mente del lettore di romanzi polizieschi che sembrano già esser stati letti mille e mille volte. La Hawkins esordisce col botto con questo romanzo, con uno stile tutto suo, fluido ed essenziale, come un olio di pianta pregiata.

Più di 400 pagine che ho letto in un giorno solo, perché volevo rimanere alla finestra a sbirciare quel mondo che osservavo con morbosità da voyeur e tenerezza umana di chi puo’ capire cosa significhi essere estranei, talvolta, anche alla propria vita.

Ho girato l’ultima pagina alle 3.34 di notte, impossibile addormentarsi, ho sorriso perché gli esseri umani possono ancora regalare emozioni per iscritto. Forse non sarà un romanzo che passerà alla storia della letteratura, non ne ha neanche la velleità, ma è un romanzo che mi ha portato in un viaggio, terrificante ed angosciante, fra due fermate di treno della mia vita.

Capolavoro del genere.

Espiazione – Ian McEwan

Espiazione è considerato, almeno secondo The Observer, il capolavoro di McEwan e, non avendo mai letto questo autore di cui ho tanto sentito parlare e dalle recensioni elogiose, ho cominciato da questo romanzo. Il libro è scritto con uno stile bello e scorrevole, i personaggi sono dipinti con precisione e colori secchi ed essenziali, in particolare quello della piccola Briony, giovanissima ma con decise velleità di scrittrice e direttrice teatrale. Dopo 80 pagine circa l’ho abbandonato ed ho deciso di non finirlo.

Ora mi si dirà: scusa, parli di capolavoro, scritto bene, perfetto e l’abbandoni, allora ‘cazzo vuoi?

Domanda legittima. Il fatto è che questo romanzo, scritto bene e strutturato ancora meglio, con uno sfondo su cui danzano temi molto più profondi di quanto, sapientemente, McEwan lasci apparire, è ambientato nel bel mezzo di una storia familiare ed io, grazie a McEwan, ho avuto un’illuminazione storica: delle storie familiari non me ne frega assolutamente niente.

Ripercorrendo mentalmente i libri letti che non ho amato nonostante riconoscessi loro un grande impatto letterario, penso che so a Le Correzioni di Jonathan Franzen, tutti avevano questo fil rouge della storia familiare messa sotto il microscopio per dipingere  quadri molto più grandi su temi assoluti e di spessore.

Purtroppo son romanzi in cui non riesco ad entrarci, non simpatizzo con nessun personaggio, in lunghi tratti persino di Guerra e Pace di Tolstoj mi sono trovato a sperare che la guerra si portasse via parte di quelle famiglie che, con lo scorrere delle pagine, detestavo nella loro quotidianità. Io sono privo di ogni istinto voyeuristico, non riesco ad entrare nelle case altrui senza, prima o poi, allontanarmene indifferente, prendere il cappello lasciato vicino all’ingresso ed andar via, in silenzio, cosi’ come son arrivato, senza che nessuno noti, né il mio arrivo, né la mia partenza.

Per pura onestà intellettuale, quindi, non posso recensire qualcosa che già so che non mi darà quel pugno nello stomaco che cerco, nella vita come nella letteratura. Riconosco la purezza dell’intenzione e la grande maestria nell’esecuzione ma mi sa che, per conoscere McEwan, dovrò incontrarlo, perché ho voglia di ritrovarlo, su un nuovo terreno, con un nuovo sfondo.

Ritento, saro’ più fortunato.

Leggere…

E’ ora di leggere quando hai una domanda indefinita la cui risposta riposa nei pensieri di un altro.

Io, Alessandro Bruno

Leggere e capire…

Molti dimenticano che non è importante quanti libri si leggono ma quanti se ne capiscono.

Io, Alessandro Bruno

Voltare pagina….

La mia fortuna è che, quando non ne ho avuto il coraggio, c’è chi ha voltato pagina al posto mio. Grazie a loro, pur soffrendo, ho vissuto di più.

Io, Alessandro Bruno

Leggere il futuro…

Ho imparato a leggere il futuro.
Ma non nei fondi di caffè, in quelli delle pinte di birra.

Io, Alessandro Bruno