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Educazione Siberiana – Nicolai Lilin

Educazione Siberiana è un romanzo, secondo alcuni una testimonianza, secondo altri una mistificazione della realtà, sulla vita della comunità criminale siberiana in Transnistria, regione della Moldavia.

Lilin illustra come si nasce, si cresce e si viene educati in una comunità cosi’ compatta e regolata da norme comportamentali molto codificate, vincolanti, rigide ma talmente chiare da rendere la vita fluida, persino godibile, fra una rissa e una “picca”, un coltello tradizionale regalato da un criminale più anziano.

Seguiamo la vita di Nicolai, che si chiama come l’autore che forse parla di sé stesso, o forse no, ma che importa? E’ un romanzo non un’autobiografia. Le sue amicizie da ragazzino, il rapporto con vecchi, nonni, zii, genitori, donne forti e uomini con codici d’onore diversi da quelli sociali, dove lo Stato, e la polizia in quanto espressione armata di questo, sono un antagonista, un interlocutore non frequentabile e non credibile. E’ la rivendicazione di una vita nata prima di una qualunque forma di organizzazione sociale, è l’esaltazione di un modo di vivere tribale, dove per tribale c’è il senso primordiale e non solo selvaggio del vivere comune.

Le pagine scorrono veloci con gli episodi di esistenza e violenza quotidiana, di squallore di certi quartieri dove la vita conta meno di una pallottola, dove la gerarchizzazione umana segue parametri regionali, culturali, criminali e non quelli di una società dove si cercano di appianare le differenze e di evitare di inasprirle. Il messaggio che passa è che una volta impostati in una corrente culturale non si puo’ (e, per lo più, non si vuole) uscire da questa perimetro. E’ poi cosi’ falso? Mi sono chiesto più volte durante la lettura. Soprattutto in un contesto attuale dove si parla tanto di integrazione, di vivere insieme, di punti di contatto culturali, si puo’ davvero uscire dalla propria radice culturale nella quale si è cresciuti, per adottare quella di un qualcosa che viene avvertito come estraneo? Io sono un italiano in Francia e, di francese, ho molto poco, ho imparato molto poco e non mi sono staccato dalla mia impostazione mentale e culturale; certo vivo in pace, cerco di piantare meno grane possibili, ma non ho, né razionalmente, né emotivamente, voglia di tagliare il cordone intellettuale ed emotivo nel quale affonda la mia cultura italiana. Ci puo’ riuscire un Africano che arriva in Europa o un Siberiano che cresce in una regione non sua, regione, tra l’altro, dominata dalla Russia e dai Russi? Ecco, secondo Lilin no, non si esce, ci si adatta, ci si ribella coi propri mezzi, si sopravvivere aggrappati alla propria identità.
Non si è necessariamente sovversivi, non si vuole ribaltare l’ordine costituito, si cerca solo di esistere conservando le proprie abitudini, per quanto queste possano risultare malsane o pericolose. La vita è cosi’, pericolosa e ineluttabile, lo sanno tutti, anziani e giovani, più che un modo di vivere è una filosofia.

E’ un romanzo che ho amato, che mi ha toccato, a volte commosso, inorridito, fatto riflettere nella sua freddezza come neve e, al tempo stesso, bruciante come una coltellata ricevuta. Rispetto ad un romanzo di Saviano (il paragone viene naturale, visto l’oggetto dell’indagare) forse, anzi sicuramente, c’è più compiacimento, meno condanna sociale, pero’, sempre tenendo chiaro in mente che si tratta di romanzo e non di documento storico/sociale, è uno spaccato di impatto su una realtà che mi era sconosciuta, una realtà che sparge sale sulla ferita aperta della contemporaneità e sul dogma totale dell’integrazione ad un magma culturale confuso ed indefinito.

I siberiani no, sono definiti, da generazioni si tramandano uno stile, dei messaggi, malavitosi e non, anche umani. In un certo senso anche gli italiani allora sono siberiani, ma, mi chiedo, è poi davvero cosi’ male amare le proprie radici, dove le regole del gioco sono dure ma chiare, e non volerle diluire in un brodo primordiale che, se vogliamo, altro non è che miscuglio selvaggio ed oppressione di una cultura precedente?

Io non lo so e ci continuo a riflettere, intanto ammiro molto chi ha tante certezze, anche su questo argomento, mi fa un po’ ridere ma lo ammiro.

Bravo Lilin, leggero’ gli altri romanzi.

Ascolto attivo…

Io sono una persona tollerante, dotata di grande capacità di ascolto.
Me ne rendo conto ogni volta che conto le volte in cui vorrei urlare, proprio sul naso dell’interlocutore che mi sta parlando: “Non me ne frega un cazzo”.

Io, Alessandro Bruno