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Prix d’Amerique…

Il Prix d’Amerique non è una semplice corsa di cavalli, è una festa, un rito primordiale dove classi sociali, cultura, linguaggi e nazionalità si fondono in un unico sospiro trattenuto di fronte alla meraviglia. Si celebra l’eterno binomio, ancestrale e mitologico, fra essere umano e cavallo, istinto animale con istinto animale, diversi nella forma ma non nella sostanza, entrambi tesi al superamento del proprio limite, nello sforzo, nell’eccitazione, nella battaglia, nell’ebbrezza della velocità. E’ una passione secolare che si sintetizza in una modernità che ritrova il gusto della semplicità, nell’alito fumoso di una giornata fredda, in un biglietto stropicciato nelle mani, nel gesto perfetto di un atleta sublime che, nell’accelerazione folgorante, firma una selvaggia dichiarazione d’amore assoluto.

Azzeccare i cavalli vincenti – Charles Bukowski

Non ho mai amato Bukowski, più spinto dal delirio collettivo che lo decantava come uno dei più grandi scrittori moderni che da una sincera curiosità ed affinità letteraria, cominciai a leggere Taccuino di un vecchio porco che, fra tutti i suoi libri, scelsi rigorosamente a caso.
Raramente mi sono annoiato cosi’ tanto e, per quanto mi sforzi di finire qualunque libro, all’ennesima ridondante descrizione di culi, tette, bottiglie vuote ed altre banalità, lo misi da parte esclamando uno sdegnato:”Bah”.

Recentemente, parlandone con una persona appassionata di Bukowski, la curiosità si è riaccesa ed ho deciso di dargli una seconda chance e, diligentemente, perché anche io riesco talvolta ad esser docile, ho seguito il consiglio ed ho letto questo “Azzeccare i cavalli vincenti”.

Premetto che io sono un pessimo lettore di racconti, sono un appassionato lettore di romanzi e teatro perché ho bisogno, fisiologico, di entrare in un mondo, appropriarmene, scoprire gradualmente i personaggi, affezionarmici, odiarli, seguirli lungo un percorso. Il racconto è troppo rapido ed asciutto per suscitare in me le passioni brucianti di cui necessito per vivere e quindi il povero Buk, con me, già parte con l’handicap (giusto per utilizzare un linguaggio da corse di cavalli, tanto care ad entrambi).

Il libro è un non libro, è una raccolta (fatta non da Bukowski) di scritti pubblicati su riviste o taccuini vari in un lasso di tempo abbastanza lungo, cioè dal ’44 al ’90. Se da un lato la cosa mi disturba perché non è un libro concepito in quanto tale dall’autore stesso, dall’altro è un’opera che da una panoramica esauriente sul suo universo, la sua metamorfosi in scrittore, il suo sguardo sulla letteratura, sulla scrittura, la poesia, le donne, la gente, il lavoro, persino la politica.

Sfoglio le pagine con un certo interesse e scopro un aspetto romantico e, oserei addirittura, tenero che mi era sfuggito nella lettura precedente. Si chiarisce la scelta delle tematiche, del modo di affrontarle in maniera cruda e libera da ogni sovrastruttura sia letteraria che di linguaggio, capisco meglio quali sono i parametri letterari a cui si ispira ed anche il malcelato piacere nel voler comunicare, ad ogni piè sospinto, che anche ad una certa età si possa essere sessualmente appetibili (per fortuna, aggiungerei).

Impossibile estrarre brani più validi di altri, tutto scorre con spontaneità, come un corso d’acqua, resta solo da scegliere se è acqua limpida di un fiume o il liquame delle fognature scavate nel sottosuolo di una vita difficile. Ma questo è abbastanza irrilevante, cio’ che davvero è importante è che nelle pagine c’è la sua verità, il contratto col lettore è rispettato e quel che viene recapitato è un messaggio privo di ogni ambiguità, puro, diretto e, paradossalmente, innocente.

C’è una sola cosa che mi disturba e che non fa e non farà mai di me un “Bukowskiano”: lo squallore.

Bukowski ha ambizione di poeta e lo ribadisce a più riprese ma, per me che affondo le mie radici letterarie nella poesia classica greca, la poesia è proprio elevazione dello spirito e della scrittura, dalle bassezze umane. Lo squallore, per definizione, non può essere poesia, può essere letteratura, certo, ma non poesia. Eppure non è la ricerca di quella scintilla di sublime divino che fa di uno scrittore, un grande scrittore?

La letteratura è piena di racconti di squallore, Céline, Miller, Dostojevski, Fante, giusto per citare i miei preferiti, non parlano d’altro tutto sommato. Scavano come con un bisturi arrugginito nelle carni putrefatte della vita umana, il linguaggio popolare di Céline, le puttane di Miller, le menti distorte russe, la polvere esistenziale americana, tutto è sezionato con ruvida ferocia. Eppure, almeno io, leggendo questi Maestri, non sento incollarmi addosso quella patina di irreversibile e concentrica disperazione di Bukowski, da cui non c’è nessuna via di fuga, nessun rifugio, neanche nella follia.

Bukowski mi comunica una disperazione che sarà anche sincera ma che gira in tondo, che non va da nessuna parte, che non mi fa venire voglia neanche un istante di andarmi ad ubriacare con lui o di soffiare la donna al buon vecchio Charles/Hank. Il suo è un mondo che, ai miei occhi, resta impermeabile e nel quale non si può condividere niente.

Azzeccare i cavalli vincenti è un bel libro, scritto bene perché Bukowski sa scrivere e sa parlare, il problema è capire se si fa parte di chi è in grado di ascoltare la sua voce. Io,  pur ormai riconoscendogli l’onore delle armi, purtroppo, temo di no.