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Carezze…

Chissà perché ad un certo punto smettiamo di ricevere carezze, come se fosse una cosa da riservare, al massimo, ai bambini. Non c’è mai vergogna in una carezza, ce n’è pero’ nel dimenticare o nel non sapere più esprimere la tenerezza.

Io, Alessandro Bruno

I bambini non si toccano…

I bambini non si toccano, si difendono, fino alla morte. FINO ALLA MORTE!
La terra che, un tempo, si chiamava Patria, è quella terra dove nasci o che ti accoglie, ti aiuta a crescere, ti rispetta e ti difende. Una terra che permette che si uccidano i propri figli, ancora piccoli, troppo piccoli, ancor peggio se da chi ti dicono essere tuo fratello, è una terra che non ti ama, è una matrigna cattiva, che va odiata e distrutta. I bambini non si toccano, vergognati Inghilterra, vergognati profondamente, vergognati come le tue sorelle, luride puttane, Francia e Germania, vergognati per quello che i tuoi figli fanno ad altri tuoi figli, nella tua muta e prona accettazione di disgustosa madre degenere. Mi fai, mi fate schifo.
I bambini non si toccano, si difendono, non con le parole, né con le candeline, i bambini, i tuoi figli, si difendono fino alla morte. FINO ALLA MORTE.
Niente di meno, senza sconti, ed io non ve ne faccio.

La Paranza dei Bambini – Roberto Saviano

Ho letto tutto di Saviano ma stavolta avevo deciso di smettere, perché c’era qualcosa che non me lo faceva apprezzare fino in fondo, forse la sua sovraesposizione, forse il suo esprimersi su tutto, forse un qualcosa che mi sfuggiva. Siccome preferisco sempre mettere prima in discussione le mie irrazionali antipatie, piuttosto che perdermi un pezzo di bellezza o intelligenza che possa farmi crescere, mi son detto che dovevo assolutamente appurare se ci fosse qualcosa che non riuscivo a cogliere di questo personaggio, al di là di cio’ che mi appariva.
Cosi’ ho preso un tempo, non lunghissimo ma lungo, per studiare Saviano. Ho riletto dei passaggi di libri, ho ascoltato, credo tutte, le sue conferenze che ho trovato su youtube e, infine, penso di aver capito, per davvero, molto del suo pensiero di base e del suo modus operandi e mi son sentito un po’ stupido per averci messo cosi’ tanto tempo. Alla fine per un giudizio, tutto sommato affrettato, ho perso ancora più tempo.

E’ questa l’importanza di studiare, mi son detto, sembra la via più lunga ma, alla fine, è quella più breve per arrivare ad una consapevolezza.

Sentendomi quindi in colpa verso di lui, ho deciso, per farmi silenziosamente perdonare, di leggere questo libro il cui contenuto, in linea di massima, già lo conoscevo, in quanto disperso nel corso dei suoi scritti e relazioni pubbliche.

La storia è quella della genesi ed evoluzione di una “paranza”, di una baby-gang, per utilizzare un termine più diffuso, che evolve nel territorio, già permeato di mentalità e presenza camorristica, del centro storico di Napoli.

Il protagonista è un ragazzo di una famiglia ordinaria, una di quelle famiglie dove padre e madre hanno un lavoro onesto, di quelli che ti fanno mettere una vita per mettere soldi da parte, un lavoro e una vita che agli occhi di questi giovani, voraci, predatori, è un lavoro ed una vita da losers, da perdenti, da sfigati.

Potere, denaro contante e una vita vissuta sempre al limite, questo è tutto cio’ che conta per i ragazzini della paranza, è la voglia di ritagliarsi un posto al sole, presto, senza guardare in faccia a nessuno, senza paura. Come fanno i grandi.

Pero’ i grandi, son stati giovani in un’epoca in cui i principi, anche criminali, erano più “lenti”, graduali; si era consci che la gavetta andava fatta come nei lavori onesti, l’unica tappa che si bruciava, se si voleva andar più veloce, era quella che portava al cimitero. Anche per Nicolas e la sua paranza la via che porta al cimitero è quella più veloce ma loro se ne fottono, tutto e subito, poco importa il costo, cio’ che importa è essere più di tutti gli altri, soprattutto più determinati, più ricchi e più violenti.

Il romanzo si snocciola fra varie scene che segnano l’evoluzione della carriera di Nicolas e dei suoi amici/affiliati. Il linguaggio è un dialetto adattato, un dialetto edulcorato perché rimanesse il “flavour” del dialetto napoletano ma reso comprensibile ai più. All’ultima pagina, Roberto Saviano spiega bene questa scelta. Intrigante. Pero’ io sono napoletano ed un dialetto che sembra un’imitazione non mi piace, quindi, personalmente, è una scelta che non ho apprezzato.

Il resto del romanzo è interessante, l’ironia e la crudeltà si mischiano con leggerezza, facendo pesare tutta la loro gravità. Rispetto agli altri libri di Saviano ha un taglio meno giornalistico, che, per me, era sia l’unicità che la caratteristica che mi aveva sempre appassionato. Negli altri libri (ora che ci penso non ho mai recensito Gomorra, quasi quasi lo rileggo e lo faccio) le pagine si giravano da sole, qui si prendono meno pugni nello stomaco, si avverte piuttosto un malessere più diffuso, una sorta di nausea rispetto a quella che sembra essere un’ineluttabilità di un destino di quelli che non sono altro che ragazzini, che dovrebbero giocare a pallone o andare a scuola, invece di pensare ad aprire piazze di spaccio o ad allenarsi a sparare.

In conclusione La Paranza dei Bambini è un romanzo che consiglio a chi ha capito la “necessità” di divulgare coscienza e conoscenza, a chi ha voglia di vedere quello che, forse, già sa ma che, proprio per questo, deve imparare a guardare. Non è il miglior romanzo di Saviano ma è la conseguenza logica dei lavori precedenti, è un altro tassello di un grande mosaico di denuncia sociale.

“Eh ma che palle, sempre la stessa cosa”, qualcuno potrebbe dirmi. Allora risponderei: “Eh ma allora lo vedi ca nunn’è capit’ nu cazz?”

Infantili Misurazioni…

I poveri di spirito che si mettono a fare prove di forza, mi ricordano i bambini che fanno a gara a misurarsi il pisello nei bagni di scuola. E’ triste essere obbligati di confermare, ad adulti insicuri, la loro impotenza.

Io, Alessandro Bruno

Meccanismi infantili…

Quando “quelli che hanno sempre ragione” cominciano a dubitare, smettono di difendere la loro ragione e provano, allora, a dimostrare che tu hai torto.

Io, Alessandro Bruno

Legami da bambini…

I legami intessuti da bambini possono durare una vita perché hanno la solidità della purezza. Solo adulti che l’hanno persa possono sfilacciarli.

 

Io, Alessandro Bruno

Futuro e presente…

Sin da bambini ci educano a pensare al futuro ma poi passiamo una vita ad imparare a vivere il presente.

Io, Alessandro Bruno

Vujadin Boskov

Oggi non mi va di scrivere di letteratura ma di calcio.

Il calcio è un gioco e la dimensione del gioco è associata, e spesso relegata a torto, all’infanzia. Un’infanzia felice è sovente dovuta alla serenità che la accompagna.
In un’epoca in cui la violenza e l’urlo scimmiesco la fa da padrone, talvolta ce la si dimentica la serenità, si dimentica il suo volto, la sua voce. Ci si lascia trasportare dal livore, da subdole accuse mirate a ferire l’amor proprio altrui, a punirlo, per la sua diversità. Inconsapevoli crociati dell’Omologazione, si diventa complici, si perseguita la strada alternativa, schiamazzando perché l’attenzione attiri altre iene, perché la preda sia spacciata.

Tanto tempo fa il calcio, persino il calcio, quello sport trasformato troppo frettolosamente in simbolo di violenza ed imbroglio, è stato solo un gioco, un gioco che molti bambini vivono nei corridoi di casa rincorrendo palloni troppo grandi, un gioco che sollecitava sogni elementari di prodezze e gioie semplici. Per me il calcio è restato un po’ così, un grande sogno colorato da maglie e personaggi pittoreschi ed è per questo che ho deciso di scrivere queste due righe per rendere omaggio ad un personaggio che sarebbe potuto essere letterario per il suo essere assurdamente fuori contesto dall’ordinarietà delle cose.

Boskov dava l’idea di essere un uomo semplice, un uomo di buon senso, un allenatore di ragazzi, non un manager di un’azienda, uno qualunque che faceva il suo lavoro, un bel lavoro, un lavoro di privilegiati che gli dava il sorriso, un sorriso che lui restituiva spesso. La scomparsa di un personaggio come Boskov è la scomparsa di un pezzo di sport italiano, di calcio, di memoria di un’epoca strana ma che è impressa nei ricordi degli adulti di oggi, quelli che, un tempo, non gridavano solo insulti allo stadio ma che sapevano urlare di gioia, prendere in giro, sentirsi prendere in giro, ridere per una parola pronunciata male, per un gol sbagliato, per un rigore negato.

Vujadin Boskov era una delle figurine di un album ideale, che ora si sta corrodendo con la polvere degli anni, in cui il calcio era e rimaneva un gioco, proprio come la vita.

“Un grande giocatore vede autostrade dove altri vedono sentieri”. Proprio come nella vita.
Riposa in pace Mister

Vigilia…

Esser stati bambini e strabuzzare gli occhi per delle luci colorate. Tornare a farlo da adulti, per l’amore che si è avuto, per quello che si è dato, per quello che si da, per quello che si vorrà.
Altrimenti, forse, non c’è mai stata famiglia. E mai ci sarà.

Io, Alessandro Bruno

Piangere…

Il piangere lo si impara da bambini ma il senso profondo lo si comprende solo da adulti.

Io, Alessandro Bruno