La Montagna Incantata – Thomas Mann

Passeggiando, su un terreno sterrato, scalciando qualche pietra, distrattamente, fra foglie marce e pozzanghere di piogge passate, poi, lo stupore della pienezza ed è la che si lascia riconoscere, finalmente, il capolavoro.

L’Arte è quel messaggero divino che ci recapita il messaggio di un qualcuno lontano miglia, anni, decenni da noi. Un messaggio che ci rimarrà stampigliato, a lettere di fuoco, nella mente e che ci farà attraversare epoche e ci legherà, indissolubilmente, ad un estraneo che ha scritto un richiamo, ad anime simili.

Thomas Mann ha consegnato all’Arte un messaggio forte come una tempesta, denso come una salsa di uno chef sapiente, dosata, irriducibile, rotonda e perfetta, come la fallacia e la fragilità dell’animo.

Questo libro è un sottile equilibrio del nostro pensiero che attraversa la malattia umana, cercando di non esserne affetto, corrotto, ferito o svilito ma esaltato, sublimato nella filosofia, immateriale eppure pesantissima. Il pensiero che, finalmente, parte lontano, si separa dal corpo e che, poi, torna a ricongiungersi, nel desiderio e nel reciproco condizionamento. La carne ed il ragionamento, le chiavi che decifrano pagine oscure di vita.

Attraverso gli occhi del protagonista ci infiliamo, come aghi di siringhe, negli opposti e nelle affinità, nei meandri della paura e dell’incoscienza, della nostra fugacità, del nostro essere, tutto sommato inutile ed intercambiabile, eppure unico. Il voler trovare, a tutti i costi, un senso, una trama, diritta e profonda alla nostra esistenza, per poi finire con un cappio al collo o a sputare sangue, ridendo o con sobrietà, con dignità, fino alla fine. Senza capire perché il tempo che rimaniamo chiusi, fra barba e sangue e ciglia di donna, in questo sanatorio sia un tempo reale o l’immensa e bianchissima, come leggera neve, metafora della nostra vita.

Questo libro non è un libro, è un monumento. Un altare davanti al quale bisogna inchinarsi.

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