La luna e i falo’ – Cesare Pavese

Pasolini diceva di Cesare Pavese che era uno scrittore ordinario. Da questo traiamo, tutti, una lezione confortante: anche Pasolini poteva dire cazzate sesquipedali.

Pavese, da poeta, non è un romanziere, eppure riesce a costruire romanzi come poesie e “la luna e i falo'” rientra ai miei occhi in questa categoria.

E’ un romanzo lento e malinconico, come tutti i ritorni degli emigranti, che non hanno trovato cio’ che cercavano e che hanno perduto cio’ che li legava alla propria terra, se non un amore semplice, puro e vergine, come l’ignoranza.

Pavese disegna paesaggi, con colori pastello, non con la violenza e la brillantezza di acrilici, i suoi personaggi sono definiti dai contorni tirati con la sanguigna dell’artigiano, non con la pennellata furibonda del genio o con quella precisa, giottesca, dell’esteta.

I dialoghi, la zoppia dell’adolescenziale e sempliciotto Cinto, alter ego trasposto del protagonista disincantato, tutto converge verso la presa di coscienza che cio’ che era non c’è davvero più, che gli ideali e le speranze che hanno nutrito i cuori di una generazione, sono svaniti, bruciati, arsi, come in un falo’.

Dalla luna ed i falo’ propiziatori, di speranza di prosperità, di gioia giovanile e danza di fame e coraggio, si arriva alla luna che nasce dopo il tramonto, al falo’ di roghi, terribili e disumani, nel quale si brucia la bellezza.

Cesare Pavese spreme dalle parole il succo della malinconia. In ogni sua opera.
Per questo va letto, sempre. Tutto.
Bevuto, come un calice amaro.

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