Monthly Archives: April 2016

Zombie…

C’è in giro gente triste, come le comparse che fanno gli zombie nei film di zombie, che si muovono dondolando e facendo versi come criceti asmatici, perché un oscuro regista gli ha detto di farlo e pensano di essere attori di una finzione. Quando invece, malauguratamente, non recitano. Sono. Ma loro, come gli zombie, non lo sanno. Entrano dalla porta della tua compassione e ti si incollano addosso, come polvere, grigi e lenti, inutili addobbi di plastica, di un Natale passato da anni, che non lampeggiano più. E tu ti sforzi di non vederli, come fossero allucinazioni. Ma sei stanco, tanto, troppo e ti viene in mente il sublime Jean Cocteau che, a 48 anni, fumava 8 pipe di oppio al giorno.
La vera stanchezza, quella che si porta come un ricamo sulla pelle, è, purtroppo, la condanna degli animi troppo diversi: quelli sensibili.

Basta parlare…

 

E parlo, intrattengo, racconto, salgo su scena, quando l’unica cosa che davvero vorrei è ascoltare. Sorseggiando vino rosso e chiudendo gli occhi, avvolto da una voce che mi parla su una musica a basso volume.

Passioni e istanti…

Vivo di grandi passioni e di brevi istanti. Come potrei mai sopportare chi vive in un lungo inverno di apatica piattezza?

Io, Alessandro Bruno

Parole vere…

Il giorno non sa parlare. Le uniche parole vere, a cui credo, son quelle della notte.

Io, Alessandro Bruno

Esagerare…

 

Mi piace esagerare perché per esser misurati basta anche la pigrizia. Per esagerare ci vuole impegno, sempre.

Io, Alessandro Bruno

Artisti…

Gli Artisti sono gli amplificatori materiali di emozioni, che la gente comune non vuole o non può intercettare o esprimere.

Io, Alessandro Bruno

Prince

La musica è una pellicola d’oro che ricopre la pelle, permeandola delicatamente, fino ad entrare, come un nutriente e primordiale liquido amniotico, nelle curve più recondite dell’animo che riesce ad intercettarla.
Io son cresciuto all’ombra delle ali di Springsteen, Led Zeppelin, The Cure, The Doors; da loro ho imparato la rabbia, la malinconia, l’esoterismo, hanno accarezzato la mia disperazione adolescenziale e dato note alla poesia.

Poi, un giorno di, guarda caso, Aprile, del 1987 per l’esattezza, vidi in TV un videoclip ipnotizzante, colorato, intensissimo, uno schiaffo di energica originalità sul viso della musica anni ’80. Scorreva sullo schermo, veloce, fra lampi di luce, il testo della canzone, sincopata e dalla potenza innovativa deflagrante.
Quella canzone era Sign’o’ the Times e l’interprete era Prince.

Con quell’album doppio, esplosivo come fuochi d’artificio di purissimo genio cristallino, comincio’ per me un nuovo viaggio in un universo dove le costellazioni avevano il profilo di un corpo di donna ed i sistemi solari si appoggiavano su lenzuola di seta. Testi espliciti, sesso, sudore, profumi aspri, percussioni, ritmo, elettricità, sulle corde di una chitarra e sui peli ritti delle braccia, schiene curve, sguardi maliziosi e labbra avide di baci, sapori nuovi e scoperte.

Comprai poco a poco tutti i dischi vecchi e poi i nuovi, subito, al mattino presto, appena apriva il mio negozio di fiducia. Li facevo suonare ancora ed ancora, riecheggiavano potenti nelle mie casse JBL, mentre il tempo passava ed io, crescendo, maturando, impaurito e ferito, eppure coraggioso anche se tremolante, procedevo parallelamente a quella musica. Imparavo e sperimentavo esitante sul mio corpo cio’ che ascoltavo. Imparavo ad amare le donne e la vita, la seduzione ed il ritmo lento, imparavo di nuovo a sorridere, anche delle mie debolezze che non mostravo a nessuno, come i miei sentimenti.

La musica ed i testi di Prince mi parlavano e mi hanno parlato per anni, come lettere scritte a mano, spedite da un amico lontano che ha conosciuto la vita prima di me e che, prima di me, aveva capito che bisognava scegliere con cura non solo le parole ma le muse a cui ispirarsi e le persone a cui indirizzarle. Lettere scritte con l’inchiostro malinconico del frutto del genio umano, lettere che mi parlavano non solo di sesso e di amore ma anche di politica, attualità, questioni razziali, amicizia, emarginazione, semplicemente di vita nella sua intricata complessità, nel fulgore delle sue sfaccettature.

Adolescente poi uomo, donne, religione, spiritualità, eccesso, tutto, anche la perversione, ogni cosa era il grido di libertà di persone diverse, eclettiche, avide di esistenza e di esperienze. Persone fondamentalmente e strutturalmente sole ed io ero, mi sentivo e mi sento tra quelle, legato in una catena forgiata da ritmo tribale e giri di basso che affondavano le radici nelle profondità del blues.

Prince era solo, è sempre stato solo, perché il genio è quasi sempre solitudine. Ed in quella solitudine produceva, suonava, registrava, s’innamorava, viveva, di notte, fra cuscini ed alla luce di sensuali candele. E quella vita pulsava e sprizzava, come sangue da un’arteria appena recisa, come sperma in un orgasmo, da ogni nota, lavorata ancora ed ancora dalle fragili ma decise braccia dell’emozione, alla ricerca di uno stile nuovo e personale, che toccasse a tutto ma che si riassumeva nella purezza assoluta ed epidermica del FUNK.

Sono passati quasi 30 anni da quell’aprile ed oltre a tutti i dischi, ho collezionato, con pazienza certosina, molto più di un migliaio di registrazioni di concerti, video ed audio, che ho ancora difficoltà a catalogare, sono andato ad ogni suo spettacolo a cui ho potuto partecipare, da anni faccio parte di una specie di bislacco club ristretto di poco più di 300 pazzi sparsi su tutto il pianeta Terra, folli come me che collezionano ogni nota emersa dal suo spirito e poi dalle sue mani. L’attesa palpitante di un suo nuovo disco, anche dopo 30 anni, era un portale temporale che mi faceva riassaporare quelle emozioni di adolescente, partito da lontano eppure ancora qua.

Da ieri quell’attesa sarà vana, non potrò più aspettare un nuovo disco, una nuova tournée improvvisata, non potrò più interrogarmi su quale piega stia prendendo, negli abissi del suo animo, la sua musica e quale sarà il riverbero che avrà nel mio bagaglio umano, culturale e sonoro. Non tornero’ più adolescente, fottendomene dei capelli che cominciano a sbiancare.

Da ieri un pesante sipario color “purple” è calato sulla musica, sul genio umano, sulla mia anima stanca. Mi rimangono le centinaia delle sue composizioni da ascoltare e riascoltare ma che, ora, suoneranno con sullo sfondo un velo di tristezza.

Da ieri, sentiro’ terribilmente la sua mancanza perché era uno dei pochi, in un mondo incancrenito dalla banalità, che sapeva sempre sorprendermi.

Pero’, pur con la malinconia ed un groppo in gola, dentro di me continuo a sorridere a quell’alba di suoni e colori. Nella mia valigia musicale ed esistenziale rimarranno i ricordi di un viaggio lungo e meraviglioso, su un tappeto volante sul quale ho sorvolato mondi brillanti, popolati da note gioiose e vitali, nei quali ho visto e trovato me stesso e, da allora, mi sono giurato fedeltà e non mi perdo più.

We Can Funk.

Addio His Purple Highness, Maestro, Prince.

Tuo,
Alessandro

Presente, futuro e passato…

Perdere il presente sognando sempre il futuro, è un buon modo per non avere un passato.

Io, Alessandro Bruno

Qualcuno…

…Se voti, qualcuno ti dirà che voti male, se non voti, qualcuno ti dirà che non hai senso civico, se hai un lavoro, qualcuno ti dirà che sei servo del sistema, se non hai un lavoro, qualcuno ti dirà che non sei utile alla collettività, se sei sposato, qualcuno ti dirà che non sei libero, se divorzi, qualcuno ti dirà che non rispetti la famiglia…
In sintesi: c’è sempre qualcuno che ha bisogno di sentirsi migliore di te e quel qualcuno è quasi sempre una brutta persona.

Obbligo…

Obbligo è il nome di una scelta che abbiam lasciato fare a qualcun altro al posto nostro.

Io, Alessandro Bruno