Monthly Archives: April 2014

La misantropia…

La misantropia non è un sentimento è solo una misura statistica.

Io, Alessandro Bruno

Mancanza di umiltà…

C’è gente che, per sentirsi superiore, si concede il lusso di rimproverarmi una mancanza di umiltà. Peccato sia solo la loro firma di confusa ignoranza: contrariamente a loro, a farmi difetto non è l’umiltà ma la sottomissione.

Io, Alessandro Bruno

Vujadin Boskov

Oggi non mi va di scrivere di letteratura ma di calcio.

Il calcio è un gioco e la dimensione del gioco è associata, e spesso relegata a torto, all’infanzia. Un’infanzia felice è sovente dovuta alla serenità che la accompagna.
In un’epoca in cui la violenza e l’urlo scimmiesco la fa da padrone, talvolta ce la si dimentica la serenità, si dimentica il suo volto, la sua voce. Ci si lascia trasportare dal livore, da subdole accuse mirate a ferire l’amor proprio altrui, a punirlo, per la sua diversità. Inconsapevoli crociati dell’Omologazione, si diventa complici, si perseguita la strada alternativa, schiamazzando perché l’attenzione attiri altre iene, perché la preda sia spacciata.

Tanto tempo fa il calcio, persino il calcio, quello sport trasformato troppo frettolosamente in simbolo di violenza ed imbroglio, è stato solo un gioco, un gioco che molti bambini vivono nei corridoi di casa rincorrendo palloni troppo grandi, un gioco che sollecitava sogni elementari di prodezze e gioie semplici. Per me il calcio è restato un po’ così, un grande sogno colorato da maglie e personaggi pittoreschi ed è per questo che ho deciso di scrivere queste due righe per rendere omaggio ad un personaggio che sarebbe potuto essere letterario per il suo essere assurdamente fuori contesto dall’ordinarietà delle cose.

Boskov dava l’idea di essere un uomo semplice, un uomo di buon senso, un allenatore di ragazzi, non un manager di un’azienda, uno qualunque che faceva il suo lavoro, un bel lavoro, un lavoro di privilegiati che gli dava il sorriso, un sorriso che lui restituiva spesso. La scomparsa di un personaggio come Boskov è la scomparsa di un pezzo di sport italiano, di calcio, di memoria di un’epoca strana ma che è impressa nei ricordi degli adulti di oggi, quelli che, un tempo, non gridavano solo insulti allo stadio ma che sapevano urlare di gioia, prendere in giro, sentirsi prendere in giro, ridere per una parola pronunciata male, per un gol sbagliato, per un rigore negato.

Vujadin Boskov era una delle figurine di un album ideale, che ora si sta corrodendo con la polvere degli anni, in cui il calcio era e rimaneva un gioco, proprio come la vita.

“Un grande giocatore vede autostrade dove altri vedono sentieri”. Proprio come nella vita.
Riposa in pace Mister

Fiori nel cielo

La primavera ha un vento malvagio che soffia fiori nel cielo,
delicati, freschi e puri, talmente piccoli che son subito troppo alti.
Germogli bambini, indimenticabili e bianchi di un bianco divino,
i fiori nel cielo ci guardano e sorridono,
perché il loro colorato abbraccio non perde calore;
il loro profumo di una giovinezza troppo breve,
ci accompagna come un mantello intessuto di essenza di eterno,
perché mentre noi cresciamo e invecchiamo, vani,
i fiori freschi, loro, sono senza tempo,
come la luce radiosa del loro tenero sguardo,
impressa per sempre nei nostri animi martoriati.

Alessandro Bruno

Bandiere…

Un cretino pensa che ripararsi dietro una bandiera possa renderlo migliore. In realtà la bandiera indica solo la provenienza del cretino.

Io, Alessandro Bruno

Buchi neri…

Il burrone che separa l’intenzione dall’atto è il buco nero dell’Universo.

Io, Alessandro Bruno

Traiettorie…

Io seguo traiettorie lineari, vado troppo veloce solo agli occhi di chi si perde in percorsi sinuosi.

Io, Alessandro Bruno

Abbandonarsi…

Sono uno che si abbandona difficilmente. Lascio che siano gli altri a riuscirci egregiamente. Per poi incolparmene.

Io, Alessandro Bruno

Punti fermi…

La stabilità sta nel non dimenticare i nostri punti fermi e nello smettere di aggrapparsi ai punti mobili che gli altri ci tendono.

Io, Alessandro Bruno

Gabriel Garcia Marquez

Gabriel Garcia Marquez è morto.
E’ normale, perché era vecchio e malato.
Eppure sembra tutto così irreale ed avvolto nelle onde di calore che si spandono nell’aria, come una pagina di un suo libro. Uno scrittore può accompagnarti lungo tutta una vita, non come uno di famiglia, sarebbe troppo banale, ma come un nume tutelare, uno dei penati che proteggevano le case dei romani.

Gabriel Garcia Marquez era un’istituzione, è un’istituzione, è la letteratura moderna, l’essenza del visionario illuminato per cui la macchina da scrivere non è altro che la voce dell’oltretomba che detta lui i segreti dell’animo umano. Ed a me già manca, come può mancare un cartello luminoso che ti indica, passivamente, una direzione, una qualunque. Inevitabile riflettere ancora ed ancora al ruolo dell’artista, alla sua profonda missione e, per me, la risposta, una delle risposte, è vederli al centro degli incroci, come vigili, che dirigono il traffico delle correnti umane; le incanalano, le evidenziano, le influenzano, dolcemente, come una carezza sotto le coperte. 

El Gabo mi ha accompagnato sia dalla mia infanzia, nello sguardo pieno di ammirazione di mio padre, nei miei occhi sulle sue pagine, nello sforzo di una comprensione lunga quarant’anni. Marquez era là, in uno scaffale di una libreria chiusa da una porta di legno e in un pensiero, in una riflessione, in una stretta di mano e in un uomo incontrato per caso; il megafono di un’umanità semplice, popolare e sublime, l’umanità aristocratica nel suo essere divina, l’umanità di uno scrittore, di un artista che sa riconoscere l’essenza e che, soprattutto, sa trasmetterla.

Mi mancherà il saperlo vivo, a vegliare, come un nonno di Adamo, sulla mia lotta contro la pochezza.

Adios Gabo.