Monthly Archives: October 2012

Il mistero di Torino, Vittorio Messori e Aldo Cazzullo

Si può amare una città senza esserci nati, avere un colpo di fulmine e restare folgorati dalla sua bellezza e mistero. A me è capitato di amare con passione irrazionale una città e quando mi è capitato, ho fatto in modo, se già non lo stessi facendo, di andar a vivere in quella città, per penetrarla, per amarla da dentro, come una cellula vivente di un organismo pulsante.

Torino è una città che mi si è rivelata di recente, come una donna ritrosa che è restia a svelare le proprie grazie, soprattutto ad un amante distratto. Io non sono torinese, ancor meno piemontese, e son sempre passato da Torino di sfuggita, di corsa, quasi sempre di sera, per ripartire poi la notte stessa, senza neanche immaginare che dietro quella facciata popolare e austera si nascondesse un tesoro delicato ed antico che non mi apparteneva e che non mi appartiene, ma che mi si offriva alla vista in tutta la sua affascinante normalità.

Ne sono rimasto talmente affascinato che mi sono impossessato di questo volume in cui mi sono imbattuto per caso, su una bancarella di via Po. Il titolo già nasconde in se diversi elementi interessanti:

a) ‘Il mistero di Torino’ e non ‘I MisterI di Torino’ di cui siamo tanto abituati a sentir parlare, la famigerata Torino satanica e oscura. No, il mistero di Torino in quanto città, il mistero di una città che ti interroga sui tuoi propri sentimenti rispetto a se stessa. Il mistero di una città, antica e pregna di avvenimenti, che non è facile decodificare.

b) Due ipotesi. In un’epoca dove sapienti di ogni origine e schiera ammoniscono il mondo con le loro certezze, il fatto che mi si proponga un’ipotesi e dunque, in quanto tale, confutabile, lo trovo un’atto di umiltà particolarmente meritorio.

c) Su una capitale incompresa: Effettivamente Torino è stata una capitale, forse LA capitale e, senza alcun dubbio, è sempre stata incompresa, troppo confusa e paradossalmente offuscata dall’ombra immanente della FIAT.

Gli autori son anche una garanzia di qualità e spessore: Vittorio Messori, lo stesso Messori dell’ottimo Ipotesi su Gesù, non torinese d’origine ma d’adozione e il giornalista piemontese Aldo Cazzullo, adesso editorialista al Corriere della Sera ma dopo aver lavorato per quindici anni alla Stampa.

Il libro si articola su due sezioni, due lunghe lettere che Messori e Cazzullo si scrivono per parlarsi, reciprocamente, della “loro” Torino. Ed è proprio questo taglio dato al libro che rende appassionante la lettura e le da una vena di sincerità che si percepisce quasi esclusivamente nelle confidenze fra due persone. Quel che Messori e Cazzullo ci aprono è un mondo fatto di ricordi e sensazioni, condite naturalmente da riflessioni, sulla Torino che li ha accolti, la Torino che hanno vissuto da dentro, con le sue frenesie, manie e peculiarità. Il testo è scorrevole e piacevole, così come da bambini era piacevole passeggiare per le strade di una città amata con un adulto che ti raccontava come quelle strade erano “ai suoi tempi”. I ricordi di gioventù, le osservazioni da uomo, gli occhi di chi vede la città cambiare, evolvere o, in certi casi, involversi, imbastardirsi, crescere, con nuovi suoni, nuove voci, nuovi dialetti e nuovi modi di fare, vivere quella Torino che, in silenzio, si lascia vivere, plasmare. Con la discrezione di una vecchia nonna che spesso fatica a stare al passo coi tempi, che si chiede se tutto non è irreversibilmente cambiato, che si domanda tragicamente se non sia più tempo per lei.

Io sono cocciuto e non mi lascio convincere facilmente, mi fido spesso delle mie sensazioni e tutta la letteratura di questo mondo non mi fa cambiare idea su una città se questa, di primo acchito, mi è piaciuta o meno. Quindi forse è la mia benevolenza nei riguardi di Torino che mi ha fatto amare la compagnia di Messori e Cazzullo ma, con la presunzione che mi è propria, sento di dire che questo libro però è diverso da altri libri che ho letto su altre città. E’ diverso perché pur essendo scritto con la passione di chi ha amato quelle fredde strade piemontesi, non da mai l’idea di essere un’arringa soggettiva di difesa di una causa. Messori e Cazzullo non vogliono dimostrare che Torino sia migliore di altre città, non hanno intinto il pennino nella competitività da campanile, hanno stillato inchiostro, un po’ malinconico, su dei ricordi di uomini, non di avvocati di astratte culture e ideologie. Non è tutto bello nella Torino dipinta da Messori e Cazzullo, come in tutte le città ha i suoi profondi difetti ma anche qualche pregio e gli autori cercano di restituire la verità su dei pregiudizi, oramai sclerotizzati,  su questa città. Per descrivere il loro punto di vista, avrei voglia di osare il termine, tanto raro e privo di senso al giorno d’oggi: sereno.

Che si ami Torino o meno, poco importa ma se si ha voglia di capire un poco meglio una città che, piaccia o no, ha fatto e fa la storia d’Italia e d’Europa, una città che da qualche secolo è lì, in silenzio, ai piedi delle Alpi a guardare ed a farsi guardare, una città che fra operai ed aristocrazia sa comunque regalare un sorriso profondamente umano, beh, allora il libro di Cazzullo e Messori (almeno una volta voglio invertire l’ordine degli autori) va letto. Con occhi semplici.

(http://www.lafeltrinelli.it/products/9788804547853/Il_mistero_di_Torino/Vittorio_Messori.html)

Non temo la solitudine…

Non temo la solitudine ma l’incomprensione che, spesso, ne è la causa.

Io, Alessandro Bruno

Agli occhi degli altri…

Perché aspettare di essere importante agli occhi degli altri, prima di esserlo ai propri?

Io, Alessandro Bruno

Rincorrere i miei stessi sogni…

Sono stanco di rincorrere i miei stessi sogni che lancio sempre troppo lontano.

Io, Alessandro Bruno

La malinconia è…

La Malinconia è tutto quello che non ho capito quando avrei potuto farlo.

Io, Alessandro Bruno

Spesso cambio pelle…

Spesso cambio pelle ma c’è sempre qualcuno che vuole riattaccarmi quella vecchia.

Io, Alessandro Bruno

Spesso cambio pelle…

Spesso cambio pelle ma c’è sempre qualcuno che vuole riattaccarmi quella vecchia.

Io, Alessandro Bruno

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Seventeen – Kenzaburô Ôé

Avere diciassette anni è una bella esperienza. La vita è tutta davanti, ad aspettarci su un pontile che da su un mare verde smeraldo e gli ormoni ci dicono che tutto è possibile, tutto sarà possibile e noi lo realizzeremo, non prima, però, di aver mostrato la nostra virilità al mondo.

Il seventeen di Kenzaburo Oé è esattamente come un seventeen qualunque con la differenza, però, che lui è nato in un Giappone dove gli opposti politici si combattono, attraggono, arringano ed assoldano. Quando sei seventeen e i tuoi genitori e tua sorella si dimenticano il tuo compleanno, quando sei, fondamentalmente solo e spaesato, quando invidi il compagno di scuola spigliato che fa ridere le ragazze mentre tu balbetti sillabe sconclusionate o addirittura non riesci a trattenere la pipì davanti ad una forte emozione, beh, allora bisogna pure aggrapparsi a qualcosa.

E Kenzaburo Oé ci descrive, in un racconto breve ma spesso come un pugno, proprio il malessere generazionale dei seventeen degli anni ‘60 in Giappone. Ispirandosi da un fatto reale, il Premio Nobel per la Letteratura del 1994, ci immerge nell’ingarbugliato mondo psicologico del protagonista di cui non conosceremo mai il nome. Estrema attenzione alla propria sessualità ed insicurezza sono il suo quotidiano, lo seguiamo nei corridoi scolastici con un pò d’apprensione, nella speranza che non compia qualcosa di sbagliato. E’ tanto fragile il nostro seventeen, come lo siamo stati noi, come lo siamo stati tutti (e chi dice il contrario mente spudoratamente). La vita è fatta di coincidenze, se sono fortunate o sfortunate spesso siamo noi a determinarlo e così come il giovane protagonista talvolta abbiamo seguito un amico che ci faceva una proposta che al momento ci sembrava bislacca, priva di interesse. E il seventeen segue proprio il suo compagno di scuola, quello spigliato, quello un pò bruttino ma che ci sapeva fare, soprattutto con le ragazze; lo segue ad un comizio, per fare la claque a pagamento e guadagnare qualche yen facile. Il comizio è di un esponente dell’estrema destra, accorato, convincente, davanti ad un pubblico composto quasi esclusivamente dalla sua claque. Un fulmine, un tuono, un lampo di luce, la Via. L’estrema destra, rifugio di un animo troppo insicuro per vestirsi come tutti, una divisa diventa una corazza, uno slogan diventa lo scudo invincibile della virilità nascente. Quando siamo seventeen vogliamo salvare il mondo, metterlo a ferro e fuoco, urlare a tutti che ci siamo, che non molleremo, che saremo in prima linea a combattere per i nostri valori, anche se questi sono confusi, opachi, visti attraverso lenti marroni di fumo e confusione di un essere umano ancora non formato completamente, così come le sue idee.

Seventeen abbraccia la sua bandiera e corre verso il futuro, violento e sanguinario perché il Giappone ritrovi la sua dignità, perché il Giappone faccia risorgere il sole dell’Imperatore e tutti i soli che illuminano le fronti lisce e innocenti di tutti i seventeen che misurano la portata delle loro azioni dalle emozioni che ne traggono.

Kenzaburo Oé è secco, spietato, giornalistico. Non appare, mai, come un’ombra dietro il suo personaggio. Seventeen vive di vita propria, con la sua fame di vita e futuro, di esistenza, di scelte, giuste o sbagliate che siano, perché qualcuno si accorga, finalmente, di lui. 
E noi non possiamo ignorarlo. Odiamolo, amiamolo ma Seventeen parla non solo di un adolescente giapponese ma anche di noi.

(Ho letto Seventeen nell’edizione Folio, Traduction  du japonais : René de Ceccatty) Ryôji Nakamura: 

Overreaction…

L’Italia è una Repubblica fondata sulla overreaction.

Io, Alessandro Bruno

Le bandiere…

Le bandiere sono il rifugio delle anime banali.

Io, Alessandro Bruno