Monthly Archives: September 2012

Sono un pessimo elemento…

Sono un pessimo elemento ma non riesco proprio a starmi lontano.

Io, Alessandro Bruno

I ricordi…

I ricordi sono tutti dolorosi. Soprattutto quelli belli.
Non è forse lancinante il ricordo del calore di un bacio o di un abbraccio rinchiuso in un frammento di attimo troppo lontano? La memoria ci insegna il domani ma ci priva dell’oggi. Quello che l’uomo non ha mai imparato davvero è dimenticare.

Io, Alessandro Bruno

Dimenticare l’accortezza…

Far male senza più neanche accorgersene è terribile. Aver dimenticato l’accortezza è l’incosciente delitto di chi lascia fuggire via un luminoso tesoro da una vecchia tasca bucata.

Io, Alessandro Bruno

I sussurri…

Nel troppo rumore ascolto solo i sussurri. Come trasportati su un nastro di seta è l’unico suono che accetto di capire.

Io, Alessandro Bruno

L’insonnia…

L’insonnia è lo sguardo corrucciato della vita che ti accusa di tradimento

Io, Alessandro Bruno

E, nel silenzio…

Gli altri son disposti ad amarci finché non turbiamo i loro equilibri, altrimenti il silenzio e l’anestetico oblio. E, nel silenzio, siamo soli.

Io, Alessandro Bruno

In una bolla di sapone…

Ho creduto il mondo senza spine e mi son nascosto in una bolla di sapone.

Io, Alessandro Bruno

Martin Eden – Jack London

Martin Eden, marinaio, ignorante, violento. Brutto, sporco e cattivo. Ma con un cuore grande e s’innamora. Ruth, come Beatrice, l’accompagna in un paradiso fatto d’amore e per amore si fa ogni cosa, si smette di dormire, ci si dimentica di mangiare, si sogna. E si legge, per elevarsi ad un nuovo rango, perché Ruth è borghese e si pensa che la borghesia sia per forza intellettuale, perché chi è più ricco deve per forza possedere la conoscenza, il sapere. Martin Eden è cafone e sgrammaticato, per l’aristocratica famiglia di Ruth è un animale curioso, da osservare, da accettare con benevola compassione. Per Ruth è un esperimento, un essere da educare, coltivare, magari da amare. E Martin accetta senza parlare, studia per rivedere i suoi occhi, per ascoltare ancora la sua voce.

E leggendo e studiando Martin evolve, pensa, riflette, scopre. Scopre una nuova vita, un nuovo sogno: scrivere. Scrivere, scrivere, scrivere, di notte, di giorno, il resto poco importa, l’unica cosa che conta è scrivere, esprimersi, confrontarsi, con la carta, con i propri pensieri e con i debiti. E’ difficile scrivere, non si guadagnano soldi, almeno all’inizio, soprattutto se si è poveri ed ignoranti e si comincia solo ad affacciarsi sul verde giardino della letteratura da una finestrella, piccola, scavata nella pietra, con le unghie e con le copertine di cartone duro di vecchi libri. I rifiuti degli editori, la diffidenza dei vicini, lo sguardo inquieto di Ruth che lo ama contro tutto e tutti, contro la sua classe sociale, contro se stessa che lo vorrebbe sistemato, con un lavoro “serio”, con un lavoro “vero”, per sposarsi, per far felici tutti, genitori ed amici, per avere incollata addosso l’etichetta della normalità sociale, dell’essere accettabile che nasce dall’assenza di stravaganza. Uno scrittore! Che idea! Un analfabeta che diventa scrittore! Assurdo. Come, poi, se non nascessimo tutti analfabeti, come se gli aristocratici e i borghesi nascessero con la scienza infusa dal denaro ereditato.

Ma Martin Eden non demorde, si rassegna all’incomprensione, cerca, come un antico pirata, isole dove discutere, dove confrontarsi su un piano veramente intellettuale, puramente intellettuale, senza artifizi sociali. La trova, in un amico strano e antipatico, Brissenden, malato, moribondo ma attraversato dalla scintilla del genio creativo, dell’abbagliante bagliore letterario. Brissenden lo capisce, condivide il suo disprezzo per la categorizzazione, l’etichetta, la generalizzazione, la passiva accettazione di convenzioni sociali che estrapolano l’uomo dal suo vero valore. Brissenden amico profondo, amico di Martin, amico di tutti noi.

Poi il caso, la coincidenza, la fatalità o semplicemente la giustizia divina, ognuno da un nome a cio’ che da un colpo di frusta al destino di un individuo e, finalmente, un editore pubblica un manoscritto e poi un altro e poi un altro ancora. Martin Eden emerge dalla fame, dal pozzo degli strozzini e dell’illusione. La scrittura è realtà, è realtà vera, sonante come moneta, brillante come diamanti. Spedisce, smaltisce tutti i manoscritti. I soldi cadono come pioggia, gli inviti a cena si moltiplicano, gli sguardi diventano benevoli, compreso quello di Ruth che lo aveva lasciato, povero e sconosciuto, perché si ostinava a non cercare un vero lavoro. Ah Ruth Ruth, donna di poca fede. E Martin si guarda intorno, incredulo che il mondo scoprisse il suo valore attraverso il suo successo. “Era lavoro già fatto” ripete. Era un lavoro che aveva già fatto quando era uno straccione ma allora nessuno lo invitava a cena, nessuno voleva frequentarlo. Lui non era cambiato, era il successo che aveva cambiato l’immagine che gli altri avevano di lui e lo rendevano finalmente accettabile.

Ma vuole Martin davvero entrare a far parte di una cerchia che lo ha sempre rifiutato? Vuole davvero riavere indietro quell’amore che gli è stato negato non per assenza di cuore ma per mancanza di un vestito sociale accettabile, dignitoso, coerente con gli usi di una classe che si abbassava ad accoglierlo? E’ triste riflettere da soli, quando Brissenden non è più là. E’ triste. Forse la vita è triste e il successo non ha il sapore dolce che ci aspettavamo. Forse il successo arriva quando è troppo tardi, solo a ricordare a chi ci ha amato che avrebbe dovuto amarci sempre e in ogni condizione, nella gioia e nel dolore. Ma è cosi’ difficile scappare agli altri, alle gabbie che ci hanno costruito intorno, ai ruoli sociali scolpiti nel cemento, come bare, tombe dove si è sepolti vivi, dalla nascita.

Ah Martin Eden, chi sei? Chi siamo? Ah, Martin Eden, forse è tardi ma sappi che io t’ho amato, da subito. T’ho amato sporco e sgrammaticato, t’ho amato analfabeta e scrittore, filosofo e amico. T’ho amato come un fratello.
T’ho amato come si puo’ amare solo un libro. E se stessi.

(Jack London: Martin Eden nell’ottima traduzione di Oriana Previtali, prefazione di Fernanda Pivano. Edizioni BUR: http://bur.rcslibri.corriere.it/libro/5347_martin_eden_london.html)

Echi di intelligenze primordiali…

Alcuni ritengono di essere talmente interessanti da ripetersi all’infinito. Io sento solo l’eco di un’intelligenza primordiale oramai svanita.

Io, Alessandro Bruno

Amo la notte…

Amo la notte. Le confido segreti che rifuggono la luce, che non sia la mia.

Io, Alessandro Bruno